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lunedì 17 agosto 2009

2009 frammenti Corpo 12

Mai sminuire il valore di un pomeriggio in cui tra un acino d'uva e un sorso di vino si sia piacevolmente persa la percezione del tempo e ritrovate le parole per dirsi all’altro senza remore e timori



Pixel verbali rapidi e concisi riassumono in flash i pensieri Bigini del dire. Compressioni jpeg di vissuto transitano a caccia di legami.
L’immaginario lievita nella madia-driver dei nuovi media e lo scrivente modella volti e vite da brevi frasi captate in chat, per trapiantare in parole tattili i propri sogni altrove.



Un rapido movimento a chiudere uno spazio. Un segno cinge e strappa archiviando parole.
Mozziconi di pensieri come sapori nuovi o gesti improvvisi dirottano lo sguardo.
La parola accende giochi di rimandi sposta di casella il senso e ogni spazio di arrocco.



Il desiderio è di scrivere lasciando che sia lo stesso gioco delle combinazioni a incalzarmi mentre rastrello parole tra le righe e le raccolgo in humus per carpirne un frutto nuovo che nutra con le sue carni il suono con cui svelarmi a te che frughi tra i miei semi di errore.



La parola vergata a mano scrive molto di più di quanto non voglia dire. Contiene.
E' ruga di emozioni senza maschere né cancellature.
E' una piega indifesa in cui infilare lo sguardo per capire le sfumature del pensiero celato tra le righe

venerdì 17 luglio 2009

2005 - About STAMPixel


CLIK. E’ lo scatto dell’otturatore, suono solo simulato ed elettronico della mia inseparabile Olympus digitale. Mi prendono in giro perché la estraggo di tasca nei momenti più improbabili, l’accendo e scatto con una mano sola, strappando un istante allo scorrere della giornata. Catturo immagini, frammenti senza cronologia. Così come riporto in studio dal mio girovagare le spoglie inermi del consumo, scatole, involucri sventrati dall’acquisto, e colorati volantini che ne propongono il godimento. Colori e forme del comunicare, veicoli che trasportano nutrimenti e desideri, scorze in carta di sogni e progetti, con cui invado me stessa e gli spazi espositivi dopo aver dato loro nuove forme, cromie e significato, trasformati con immagini e strappi.
STRAPPO. SCATTO. CLICCO. Riverso nel computer ondate d’immagini e le rimescolo a suon di mouse sul monitor, inseguendo imprevedibili combinazioni di frammenti che si intersecano con le scritte stesse di Photoshop. Respiro in zapping. Lo si fa ormai con i film, i libri, i pensieri, le persone. Momenti, come cocci di un insieme che non si arriva a leggere nella sua interezza, strattonati da sollecitazioni che si accavallano sovrapponendosi di prepotenza al semplice porre un passo appresso all’altro, senza una mèta, lasciando che oggetti e luoghi configurino con casualità il dove.
CLIC. Una foto archiviata che non risponde ai comandi. Esce una scritta che annuncia un guasto nel salvataggio. Un errore. Il codice binario è uscito di rotta e dallo sbaglio nasce l’imprevisto. E trovo. Forse ciò che cercavo. La chiave per unire i miei strumenti in dialogo: scrittura, fotografia e materia.
La mia attitudine sul lavoro ha sempre conservato il gesto quasi sospeso della scrittura, uno scrivere con le cose che si trasformano una con l’altra attraverso spostamenti minimi, quasi trattenuti, con un oscillare continuo tra il controllo totale della mente e il perdermi nel lasciar parlare la materia stessa. Lo stupore deve essere il mio per primo. Se ogni volta che lavoro sapessi già l’esatto risultato sarebbe la noia. Non reggo la ripetizione del fare, che porta a qualcosa che già conosco. Per chi segue il mio lavoro questa affermazione sembra quasi una bestemmia. Mi vedono da anni costruire pixel, piccoli origami che utilizzo come tessere di colore per le mie concrezioni, piegare carta con gesti che compio ormai a occhi chiusi, mentre girovago per la città ad ascoltarla correre. Eppure un’apparente ripetizione infinita mi tiene saldamente in pugno solo per l’infinita diversità possibile dell’utilizzo del materiale che si addensa di volta in volta in variabili combinatorie.
E ogni volantino piegato in pixel è una nuova scoperta di come andranno a combaciarsi i colori, studiati dal grafico per “imballare” il messaggio, e ora stravolti da una piegatura che ne costruisce un nuovo ritmo.
E l’illeggibilità. La parola torna colore e tace il messaggio esplicito, azzerata dal moltiplicarsi di altri e altri messaggi che strattonano lo sguardo che ha solo il tempo di una carezza distratta dei contorni. Dei pensieri. Del sentire. Strappati.
Strappo le immagini con un CLIC sul monitor, e frammenti di un volto, di un lavoro, di un luogo, si intersecano in nuove storie, cromie, suggestioni. I colori scomposti in primari, quasi una prova di stampa prima del via definitivo alla versione finale, che in video non c’è, è in continua possibilità del nuovo. CLIC. Il mouse come la macchina foto.

E ancora il puzzle si trasforma in altro, e c’è una strana tensione tra il mio sguardo e la mano, come quando si insegue un colore col pennello e senti la lotta tra il gesto e il pensiero che si placa solo quando non distingui l’uno dall’altro e ti perdi nello stupore del nuovo.
Ho il corpo immobile davanti al computer, sono le due di notte e ancora non mi schiodo: riordinavo immagini le più disparate e ancora non ho potuto resistere dall’aprire il file che strappa alla memoria del programma l’avvicendarsi delle mie e sue immagini.
STAMP-CLIC. Catturo e fermo ciò che l’occhio sceglie come definitivamente mio.
E archivio il nuovo file dopo averne goduto l’imprevedibile nascita o averlo modulato con piccoli tocchi del cursore ancora in altre note, rimandando all’infinito di spegnere lo schermo fino a domani. raffaella formenti, 21 febbraio 2005

about STAMPixel vedi anche
http://raffaella-formenti.blogspot.com/2008/12/maschera-teatro.html



Sent: Friday, March 18, 2005

> caro Claudio, non sono sparita di nuovo, ma sono giorni affastellati tra una mostra e l'altra. 
Sabato ho esposto per la prima volta alcune delle immagini di nuova nascita ed hanno suscitato curiosità e interesse. Ma io non mi sentivo pronta e tutt'ora sono convinta che la natura di queste immagini per essere letta nel modo corretto debba trovare altro luogo di nascita. Altra luce. Mi sento limitata nella conoscenza di ciò che mi accade attorno nei nuovi linguaggi, e per questo non in grado, se non in una vaga intuizione, di supportare il mio file e i suoi strappi. Ciò che di particolare mi piace di queste immagini è che ribaltano il concetto di reale e virtuale, o almeno così mi sembra. Ricordo che all'ultimo anno di accademia mi arrovellavo sull'idea della falsa conoscenza così diffusa nel mondo dell'arte. Si presume di "conoscere" perché si è vista qualche riproduzione di quadri in quello che io chiamo “formato Fabbri”: la famosa enciclopedia d'arte che non riportava nemmeno le misure delle opere. "Conosco il tuo lavoro, ho visto un catalogo". Molto viene inventato nella propria mente come proiezione di un immaginario più o meno raffinato in grado o meno di avvicinarsi a quella che "dovrebbe" essere la reale natura di un'opera. Ricordo la prima volta che in Germania vidi dal vivo un'opera di Malevich. Capii di non "conoscere null'altro che ombre proiettate nella mia mente. Così cominciai a graffiare pellicole di diapositive scrivendo una sorta di diario segnico leggibile solo con la proiezione luminosa, e impossibile da riprodurre in cataloghi o altri luoghi di divulgazione che ne falsassero la natura. Le beghe in tipografia per un colore che non assomiglia alla foto del quadro....Che senso ha? Quando dipingevo ricordo le incazzature per un rosso mal riuscito in stampa...Ma già la foto era il primo orecchio di un lungo telefono senza fili, un passa parola che rende falso ciò che si conosce. Per quelle diapositive graffiate, (e per la mia mostra tascabile racchiusa in una scatoletta) quasi fui cacciata dal corso. Per arrivare al diploma feci la piega e portai i dieci lavori finali richiesti....Ma già non mi appartenevano più.
Con le mie concrezioni ho potuto litigare meno con i tipografi: il colore uguale non è così basilare, ma la questione è sempre rimasta in un angolo del mio cervello. Infatti quando studiai il mio primo catalogo nel '98 pubblicai una serie di piccole immagini tipo catalogo per corrispondenza, anziché immagini ben visibili, che dessero a chi leggeva la presunzione di dire " conosco il tuo lavoro". Poi i galleristi mi misero alle strette....
Ma ora il tarlo torna. Ho trovato delle immagini di luce, come le antiche diapositive, delle immagini che sono reali e veramente conoscibili nel regno del virtuale dove nascono. Se io invio via e.mail la foto di una mia concrezione, invio un'ombra, se io invio un'immagine nata direttamente dal computer, invio il reale di quell'opera, che diventa un'ombra falsa solo quando le cerco un qualsiasi altro supporto per esporla...Ma forse è giocoforza cercarlo, ed emularne l'aspetto estetico e cromatico con inchiostri e carte e tele e i supporti i più disparati. E ognuno di essi sarà l'ennesima ombra.
Ma nel più attuale e diffuso sistema di comunicazione di adesso le mie immagini saranno vere, senza false letture, senza mediazioni e traduzioni distorte. E questo mi piace. Poi non so ancora se è un gioco destinato a sgonfiarsi, o se veramente posso dire di aver trovato il modo di lavorare a quattro mani direttamente con il codice binario, seppur approfittando di una sua involontaria svista...



E' che finora le ombre su carta o su tela che ne ho ricavato non mi soddisfano. Travisano. Sviano. E hanno cromìe non mi appartiengono.
Mi sa che mi vado a infognare in un percorso economicamente insostenibile e assolutamente travisabile, finendo con stampare... copriletti e tende, anzichè dire ciò che vorrei! Ma nemmeno il lato decorativo-commerciale riuscirei a far fruttare...
Eppure concettualmente il file che strappa e si autocompleta continua ad avere in sé un grande potenziale, sono io tecnologicamente inadeguata per trarne il meglio e temo saranno i computer stessi ad impedirmi di proseguire oltre lungo questo percorso. Presto mi chiuderanno fuori dai loro errori di programmazione, riconducendomi forzatamente entro binari predeterminati, senza vie di "strappo".

giovedì 19 marzo 2009

PIXEL con garanzia di Storia…

I perché nascosti dietro il gioco dell’oca...



IL DADO E’ nel TRATTO

E’ il tratto che fa la differenza, la continuità nel percorso senza la quale non si costruisce la Storia, scelta dopo scelta, ponendosi una méta, pur senza dimenticare il tempo di pause e di attenzione al particolare. Un insieme di punti creano l’immagine di stampa, un insieme di pixel creano l’immagine a monitor, un insieme di chicchi creano nutrimento, un insieme di tratti di strada creano il percorso che costruisce il senso dell’Esserci. Gettare la spugna dinanzi a crisi e difficoltà significa rinunciare alla méta prefissata. Gettare i dadi è continuare ad accettare che nei nostri progetti interferisca il caso, a condividere o intralciare il cammino, ma non di meno significa proseguire. Forse ci si vedrà costretti ad aggiustare la rotta con la scelta di nuovi e diversi punti di forza, ma con profitto se al lancio dei dadi si unisce tenacia e creatività di pensiero. Dall’Arte e dall’imprevedibilità creativa di un artista possono venire sollecitazioni e riflessioni di nutrimento anche per altri ambiti lavorativi spesso con troppa linearità logica nel condurre il Gioco. E’ necessario difendere le differenze, le biodiversità della Natura così come di pensiero dell’Uomo. Nella diversità di approccio al fare si trova linfa fresca per proseguire, rigenerarsi, uscire dal labirinto in cui ci si intrappola quando si presume di essere detentori di ogni soluzione. La Storia la si costruisce con una lenta sedimentazione, passo dopo passo. Ci possono essere eventi favorevoli che ci danno la chance di superare qualche casella in un sol colpo avvicinandosi prima al traguardo prefissato, ma ci sono anche momenti di stasi e altri in cui si è costretti a retrocedere, ricredersi dei propri passi e ritentare con un diverso approccio. Gli eventi fortuiti bisogna avere l’attenzione e la prontezza di riconoscerli e coglierli per tempo, a volte anche innescando un corto circuito insolito nello sguardo con cui si analizza la situazione attuale. E’ importante sia l’attenzione al particolare che il tener sempre presente il tragitto già attuato . Le nuove strategie da giocare per proseguire spesso si delineano da sé, quasi fossero già scritte e riconoscibili solo riordinando le carte in nostro possesso. Un insieme di parole crea comunicazione e informazione. Conoscere in profondità il proprio ambito lavorativo può anche divenire sterile se non si ha attenzione anche per i linguaggi necessari ad interagire con i campi tangenti al nostro. Se coltiviamo strettamente grano biologico ma i nostri vicini passano all’OGM, possiamo essere certi che presto ne saremo contaminati. Quali precauzioni possono essere prese da ciascuno di noi a tutela del nostro lavoro se non attraverso un continuo e attento monitoraggio e approfondimento anche delle motivazioni alla base delle mosse di chi ci gioca contro? L’informazione è il dado da lanciare in un momento di crisi come questo, è l’unica che può veicolare i semi che varrà la pena di far germogliare perché ci sia un futuro che valga la pena di accogliere e raccogliere. raffo

martedì 17 marzo 2009

2008 - INPUT INPUT

Nel mio lavoro indago nei luoghi della comunicazione e delle parole con lo strappo e l’appropriazione di frammenti di ciò che vedo e tocco, ricostruendo concrezioni e improbabili marchingegni che diano un rivestimento tangibile, seppur immaginario, al mondo tecnologico con cui l’uomo ha aperto nuove e interessanti vie al comunicare.
...
Tracimando imput ogni rete s’irride di chi navighi privo di mèta.
Esaltanti cromìe catturano al clic tra banner di offerte lunari.
Tutto subito e ancora più gratis.
Sottocosto.
Sottocosta bordeggio sensi unici come vicoli ciechi.
Parole.
Lettere senza buca.
Buchi luogo d’arrivo. Bachi. Fosse baci. Ciliegie.
Un clic via l’altro e parole in connessione si palleggiano il tempo attorcigliando la curiosità al dito inquieto.
La foresta si fa bivi. Di finestra in schermata svanisce l’ora.
Sfioro tasti di tunnel contigui fino a gonfiarmi di rumorose noie.
Inciampo e sbarco tra cantieri di provvisorio.
L’annuncio mente e la botola si chiude in altre aperture.
Muri virtuali come reti di cantiere accennano luoghi invalicabili.
Il nuovo sorge e trasforma ogni baratro in torri e ring direzionando i passi in giro. Di vite.
Ho vinto la spesa. Di tempo e pensieri. Di attesa. Che ogni fame si faccia virtuale. raffo 2008

Dal catalogo " Nuove Sinestesie" - 2008

sabato 27 dicembre 2008

1991 - 2001 FESSURE

Cado distratta in un’occhiata di fessura dentro gli scavi celati da una staccionata di pubblicità. Una voragine come di gengiva scavata denuda gli strati di casa cadente. Un dente divelto, estirpato, e al suo posto un nuovo palazzo di specchi e formiche, tra carte e computers. Domani. Lo dice il cartello che loca. Elogia i vantaggi d’acquisto di un dente di smalto laccato, garanzia di sorriso. E sorrido. Di tutta una via, di scritte e prodotti, ho cercato con gli occhi soltanto qualcosa che apra la vista su ciò che non c’è. E tra queste parole. raffo 1991


didascalia immagine
FILE TEMPORANEO - 2001
Inserto pubblicitario in feritoia medievale

venerdì 26 dicembre 2008

2005 - due passi in Biennale

Passi nel fresco, in una Biennale che apre all’insegna dell’ascolto possibile.

“LA PERCEZIONE RICHIEDE IMPEGNO”, questa è la grande scritta che campeggia sulla facciata del Padiglione spagnolo, e pare che questo monito-invito a dedicare più tempo alla lettura delle cose sia condiviso anche dalla doppia curatela spagnola, Maria de Coral e Rosa Martinez, in una Biennale di respiro quasi museale, senza picchi emozionali né grandi folgorazioni, ma che ha il pregio di riportare il singolo artista e la sua opera a soggetto dell’evento. In quasi tutti i Padiglioni gli artisti, in numero più contenuto delle precedenti edizioni, sono presenti con più opere, cosa che permette una maggiore comprensione del percorso e della poetica di ciascuno: non solo parole sparse, ma frasi compiute con cui porsi in dialogo costruttivo. Ancora una volta forse troppi video per riuscire a guardarli, in un contesto di poliedriche sollecitazioni quale la Biennale, che ormai coinvolge tutta Venezia, dentro e fuori le sedi istituzionali, e richiederebbe più giornate a disposizione.
Una lunga coda per accedere alla visione del video della Favaretto, un biancoenero di sapore felliniano (video vincitore del Premio giovane arte italiana), diviene esperienza diretta di ciò che poco prima ho trovato proposto in alcune foto di Muntadas, un’ indagine sull’attesa, che in questo caso mi rende più critica quando arrivo alla scatola di proiezione. Lo stesso mi accade al Casinò Francia (Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale) dopo la lunga coda per Annette Messager che, pur tifando per la presenza di donne nei luoghi istituzionali dell’arte, ricordo con maggior forza e minor marchingegno favolistico in altre sue installazioni. Di una donna lo smantellamento di un cubo razionalista per farne paesaggio, con tutto il contorno di ambiguità sul “work in progress” in atto in giorni in cui gli ultimi preparativi per la kermesse non permettono di distinguere imbianchini in ritardo sui tempi di allestimento da operai addetti a mettere in scena l’opera della Bonvicini. La sonorità dei trapani diviene colonna sonora dei miei passi tra un Padiglione e l’altro, nell’interno dei quali a volte altre sonorità isolano in nuove percezioni, come le biglie d’acciaio smosse dai passi in Cecoslovacchia, il pavimento di bottiglie nel Belgio, un marchingegno a sensori in Brasile… L’opera interattiva è il lato parco-giochi, spesso presente in queste manifestazioni, che più fa discutere i puristi, ma da cui trovo piacevole lasciarsi titillare per scardinare la corazza raziocinante e impegnata in favore di Alice e di quel tanto di “inutilmente” alchemico che è uno degli aspetti nutritivi dell’arte. Anche se poi ciò che mi resta a pelle è la gestualità narrante dei sordomuti nel video della danese Eva Koch, o l’applauso-rito indagato da Muntadas, o la forza pittorica sempre coinvolgente dei quadri di Tapies e di Bacon.
Per la prima volta anche l’Arsenale è percorribile senza quel senso di sovraffollamento che ha sempre contraddistinto questo spazio più “sperimentale”, in reltà ora troppo zittito e ben confezionato anche in quei lavori che avrebbero voluto forse far discutere.
Mentre mi allontano mi insegue l’enumerazione dei Paesi non presenti alla Biennale, e i martellamenti di cifre e dati che reggono il grande Evento, per voce di un altro spagnolo, Santiago Sierra. Seguo mentalmente i passi della nudità di denuncia della guatemalteca Regina José Galindo (Leone d’oro Under 35) per le calli veneziane e catturo in una foto una piccola contaminazione: non la tecnologia faraonica della scultura di Plessi, ma la borsina gadget “sacco di cultura” di un polo museale austriaco, che accompagna i passi di tutti i presenti. Altri passi, quelli negli esperimenti di navigazione dell’ungherese Balázs Kicsiny, restano forse l’immagine più forte a simbolo di quanto l’indagine sull’arte, per seguire i binari del mercato, rinunci al coraggio dell’eversione racchiusa in gesti di autenticità artistica non necessariamente urlanti e provocatori. E la scritta dell’americana Barbara Kruger ( Leone d’oro alla carriera), ce lo sottolinea a lettere cubitali dalla facciata del Padiglione (ex) Italia: “Passi alla storia quando fai affari”. r. formenti

Rivista STILE ARTE, luglio, agosto 2005

2000 - perché la scatola?

Non c’è scarto che tenga. Perché la scatola? La scatola è archivio, è luogo di contenuti, è riordino di ciò che non ha ancora un posto prefissato, è luogo del dimenticato, dell’ingombro inutile, del racconto. Vi si accozzano memorie di attaccamenti irrazionali, frammenti di possibile futuro, esperienze sospese da rielaborare, abbozzi di enciclopedie inedite. Il contenitore nasce per rendere possibile il viaggio tutelato di un bene di consumo, di valore, effimero, deperibile, segreto ... Rende sovrapponibili i contenuti. Forse dimenticabili.A volte ne dichiara la qualità e quantità, la durata, la provenienza, le istruzioni per l’uso, la fragilità. Doti e difetti. Il collo viaggia poggiato su questo lato. Aprire ed esporre al pubblico. Non sovrapporre più di dodici colli. Contiene idee confuse. Non agitare ulteriormente ...C’è un’attenzione e una cura sempre più estetica nel progettare i contenitori di oggetti. Una delle forme che più mi ha catturato per il suo potenziale costruttivo è l’imballaggio da ortofrutta. Nasce esclusivamente per un problema di trasporto e di stoccaggio, ma la sua struttura diviene sintesi di un universo di letture possibili, sia formali che di simbologie traslate. Ha una sua compiutezza autonoma, e allo stesso tempo ha una mediazione di convivenza con i suoi simili, perché piccoli particolari costruttivi aprono la sua forma al prima e al dopo di un incastro possibile, in un continuum modulare. Quest’imballaggio così “pensato” diviene per me biblioteca infinita, archivio impossibile mai definitivo delle “cose dell’Uomo”. raffo


There is no waste as such when it comes down to it. Why a box? The box is an archive, a place of contents, it is the reordering of what still does not have a preset place, it is the place of what is forgotten, of useless junk, of telling things. Memories of irrational attachment, fragments of a possible future, experiences suspended by reworking, sketches of a unique encyclopaedia jumbled together. The container came into being to make the protected journey of a consumer item possible; valuable, ephemeral, perishable, secret. It makes the contents superimposable. Perhaps even forgettable. At times it declares the quality and the quantity, the duration, the origin, the instructions for use, the fragility. Gifts and defects. The pack travels on this side. Open it up and show it to the public. Do not place more than twelve packs on top of each other. It contains confused ideas. Do not shake further... There is an attention and care in designing today’s containers that is evermore aesthetic. One of the shapes that struck me for its constructive potential was that of fruit & vegetable packaging. It is created exclusively for a problem of transportation and stocking, but its structure becomes the synthesis of a universe of possible readings, both formal and of translated symbols. It has a completeness all of its own, and at the same time it is a mediation of cohabitation with fellow objects, because small constructive details open its form to the fore and after of possible linkage in a modular continuum. Thus “conveived of” in this manner this type of packaging for me becomes an infinite library, an impossible, never definitive archive of the “things of mankind”. raffo

2003 UN SOLO NOME - di Jorge de Sousa (alias raffo)

Non ho mai avuto un solo nome, delle sillabe ben composte che mi designassero: Alfredo. Pablo. Vicente….., già delle certezze a cui far riferimento nelle nebbie dei pensieri senza fissa dimora. Per tradizione ne ho più di quindici, per non far torto a nessuno dei parenti maschi che mi hanno preceduto.
E io. Ho imparato a usarli tutti. A farne maschera. E’ iniziato per gioco, quando fin da piccoli con mio fratello Esteban ci divertivamo a tirar matto il maestro che non sapeva mai chi dei due avesse davanti: due gocce scure e ribelli, i capelli sempre arruffati che non incontravano né pettine né carezze a rigovernarli. Smilzi e nervosi, perennemente già da un’altra parte, ci specchiavamo l’uno nell’altro senza darci un confine. E i nostri quindici nomi ce li scambiavamo come figurine dei calciatori. Erano la nostra squadra invisibile, compagni di gioco con cui sbizzarrirci nei pomeriggi senza regole a cui nostra madre ci affidava. Il tempo accudisce e, comunque cresciuti, eravamo già universitari scavezzacollo prima di capire cosa significasse essere figli di un valente diplomatico, importante e assente, perennemente “in viaggio”.
Viaggio: quel luogo immenso in cui moltiplicare le vite, e per questa idea di viaggio scelsi di seguire la sua stessa strada.
All’università mi destreggiavo non male con le ragazze. Mi faceva buon gioco la fama di “estremo”. Si gettavano tra le mie braccia come io facevo con gli strapiombi e gli orridi della cordigliera. Ma a differenza di questa, io restituivo solo animi a pezzi. Accessori intercambiabili con cui nutrivo un ego espanso a dismisura.
Ero ingordo anche a tavola, ma bruciavo tutto in donne e sport, compresi i pochi spiccioli del praticantato. Istruivo la gola da un avvocato che mi allenava alle vette dell’oratoria, gli spazzavo lo studio e farcivo i cassetti dei miei sogni.
La prima occasione per viaggiare me la diede una cliente.
Mi ritrovo a svolazzare sul globo come guardia del corpo di una bigotta in affari. Tutto un obliterare, passando dalla giacca al montone, dal giorno al giorno.
Fusi orari e stagioni diventano il gradito sorbetto con cui digerisco i miei quindici nomi, che ogni volta prendono accenti e sfumature diverse dalle radici volanti con cui sondano il nuovo suolo.
Odio gli specchi che mi riunificano dietro quest’unica faccia, ma parlo a lungo con loro, come a un fratello. Esteban si è arenato tra quattro mura e un amore. Da tempo lo incontro solo guardandomi. L’uno e il tutti. Finalmente diversi, ci siamo costruiti le nostre personalità nella distanza, specializzandoci in due campi opposti: la parola e il segno. Io nelle pubbliche relazioni, e lui disegnatore per una casa editrice di fumetti: fa viaggiare gli altri con la sua matita, e mi raggiunge ovunque io mi trovi dalle vetrine delle librerie. Attraverso i suoi disegni tengo monitorati i suoi umori, anche se raramente abbiamo occasione d’incontrarci. E proprio grazie a un suo libro ho conosciuto il baratro che mi ha fatto a pezzi.
Ritagliato un giorno libero da impegni, passeggio distratto per i vicoli della vecchia Bruxelles. Mi fermo davanti a una libreria, più per vizio che per intenzione. Una vecchia rivendita di fumetti d’autore, affastellata di pubblicazioni su ogni superficie dove si posi l’occhio. Anche alle pareti, bacheche stratificate di invenzioni del futuro. Entro, e c’è lei. Una piccola mora di bosco. Parla un fiammingo storpiato con accento spagnolo. La interpello nella nostra lingua per chiederle un vecchio numero di “Dagherro Tipo” e lei s’illumina abbagliandomi. Dalla testa ai piedi. Perdo il senso delle distanze e finiamo in un turbinio di carte. Comprensive di certificato matrimoniale nel tempo di un “chi sei?”.
I primi tempi ho condiviso con lei i miei viaggi, che fossero d’affari o di svago. E’ stravolgente per le mie abitudini sentirmi chiamare ogni giorno con lo stesso nome. Ne ho inventato uno vergine per lei, e in lei mi ricompongo.
Perdo l’abitudine di chiacchierare allo specchio senza quasi avvedermene. Perdo l’abitudine di rutilar tra donne e luoghi quasi senza avvedermene. Perdo l’abitudine a frequentare i miei tanti nomi quasi senza avvedermene. Poi. Durante un litigio senza ragioni, entrambi stuzzicando il peggio dell’altro, dal gioco abbiamo estratto cammelli. Mentre schivo un pesante libro di Pessoa a danno dello specchio alle mie spalle, mi ritrovo in frantumi. Lei si specchia e la perdo.
Ora vivo solo, mi chiamo Jorge, sono alto quanto basta per usare i tram nelle ore di punta senza claustrofobia, ho perso un’occhio per una scheggia di vetro, porto occhiali specchianti per non restare abbagliato, parlo con mio fratello via web evitando le librerie, faccio il pendolare tra Bilbao, Strasburgo, e le capitali di mezzo mondo, ho investito in una catena di ristoranti gestita da tre soci cinesi: nutriamo il terziario frettoloso e io so sempre dove andare a mangiare.
Ho lasciato perdere la carriera diplomatica, ma nell’attuale professione di traduttore per il Parlamento Europeo attingo a piene mani dalle mie precedenti esperienze. Trovo sempre la parola giusta, e non è detto che questa abilità non abbia talvolta migliorato le mediazioni a cui faccio da tramite.
Mi sfoglio piano, come un vocabolario troppo frequentato, e le parole sono il mio regno. Ho anche una piccola casa a Ribadeo, in faccia all’Oceano, e quando posso conto le onde prima di restituirle al mondo. Jorge de Sousa


Civitanova Marche, 2004, AAVV, IL SEGRETO MANIFESTO - Autobiografie immaginarie di personaggi contemporanei, (a cura di R.Rossini), pp34-36.

giovedì 25 dicembre 2008

2002 - Energia digitale

Raccolta punti a orario continuato. In corsa. Piego la carta a cottimo, mentre cammino lasciando che gli occhi rubino cromie da ipermercato. E le stagioni hanno il ritmo dei saldi, dei cambi vetrina, il colore dei prodotti solari e degli articoli di fine serie. Il mosaico di pixel si amplia fagocitando nuove proposte, scegliendo i colori forti di una vendita promozionale, di un calendario di eventi, di un viaggio a oriente.
Non ho mai subito arresti, nonostante l’intensa attività di riciclaggio di colore usato, di mostra in mostra, lungo chilometri di pareti e strade. L’energia digitale circuisce e circuita: chiede pausa allo sguardo e corrobora. Lievemente contamina con un pizzico di ironia prodotti e riprodotti, saldi, scorte, scarti, carte, trasformando in A.C.E. la pigra inerzia da voyeur. E quella “cosa” chiamata arte, corto circuito della mente, alchimia nel fare. Vitamina naturale, con giusto apporto di sali minerali, impalcatura per immersioni in apnea, escursioni estreme, intrusioni in luoghi introvabili del pensiero. Alternanza di energie. Celebrazione di ogni pausa tra dire e fare, e del gesto di un dito in sincronia con i suoi simili. Da non dar per scontato.

Raffaella Formenti - 2002

(pag 52 cat. “Energie naturali”)
“ENERGIE NATURALI” con testo di Francesco Tedeschi.
Catalogo e mostra a cura di F. Paris, F. Tedeschi - Brescia 2002

1998 - il mio studio...

Il mio studio è una discarica nella quale riciclo in prodotti scaduti gli ingombri che mi occludono i pensieri

Lavoro sul MARGINALE: gesti tempo e luoghi solitamente esclusi dallo sguardo.

GESTI > manualità in automatismo produttivo
TEMPO > ritagli di tempo dati per persi
LUOGHI > l’angolo tra le pareti

Rendo visibile la manualità con un gesto di produzione continua dell’inutile nei luoghi più improbabili ============


Dò sovranità agli imballaggi “utili e gratuiti” nei templi dell’acquisto =================

Raccolgo volantini appena distribuiti lungo le auto per farne pixel di colore ===

La pubblicità raccolta, come le parole perse, diventano colore imprigionato nella follia produttiva: migliaia di scatoline come tessere di mosaico, composto da quelle mani nascoste e sottopagate che passano l’intera vita a ripetere un gesto di produzione mai visto ne considerato.

Tra i pendolari del metrò, le code agli sportelli, le sale d’attesa, le file alle casse, lo struscio del sabato, le ore di televisione, le chiacchiere di circostanza…accumulo la mia manualità superflua trasformandola in “prodotto scaduto con valenza estetica da monolocale”.

Visualizzo il tempo perso rendendolo prodotto per mediare con chi non accetta che si perda tempo.
Sto per ore a pensare, a guardare: in mezzo alla gente che ha luoghi in cui andare, fare, essere. Cammino per ore: e le mie tasche si gonfiano di scatoline. Contengono l’attesa? forse il TRASCORRERE. Anch’io trascorro in mezzo alla gente che FA: nessuno mi chiede cosa io faccia, nemmeno quando nelle ore di punta del sabato giro il supermercato riempiendo il carrello di imballaggi da butto in cui trovo sollecitazioni di un poi.  raffo - 1998