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mercoledì 14 maggio 2025

2024 - Intervista

 

Domande intervista a Raffaella Formenti

  1. Come e perché hai deciso di passare dalla pittura, tua iniziale espressione artistica, all’utilizzo della pubblicità come mezzo espressivo? Nella tua pratica creativa che ruolo ha quest’elemento appartenente alla quotidianità?

Quando utilizzavo i materiali consueti per pittori avvertivo uno scollamento dalla quotidianità delle altre persone, come se la tela, il foglio, fossero un campo giochi a parte, non appartenente allo spazio espressivo condiviso, come fosse un luogo di privilegio dentro il quale gli altri non erano ammessi se non come occasionali spettatori a cose fatte. Nelle prime mostre dopo l'Accademia esposi pastelli ad olio utilizzati su fogli di formato scolastico, indagando sulla dimensione consentita all'espressività, di chi viene scolarizzato, a stare nei margini e nello spazio di un banco. Mi rifacevo simbolicamente all'apprendimento a stare in mezzo agli altri limitando il proprio istinto a spaziare.

Elaboravo questi pastelli utilizzando le lamette da rasoio, strumento che ridefinisce la forma dei volti e ridefinisce l'esistenza o meno di chi non vuole dare forma alla propria stessa vita, ricorrendo all'autolesionismo suicida. Io sublimavo combattendo nello spazio di un foglio, cercando di trasformare quella dimensione dozzinale in un unicum nato dalle emozioni del momento. Per esempio, quando preparai il centinaio di pastelli richiestomi per un albergo, per riuscire a portare a termine la commessa con la giusta tensione espressiva, ricorsi ad un progetto concettuale che ridefiniva l'iter con un preciso significato, legato a ciò che di uguale e diverso avviene nelle trentanove stanze di un hotel, Momenti simili ma mai uguali, grazie al differenziarsi di ognuno nel compiere gli stessi rituali.

Il mio approccio al foglio divenne il percorrerlo con uguale incipit, su cui veniva ad incidere naturalmente il diverso momento emozionale dato dal fatto che il colore stesso richiede dialogo mai sovrapponibile, se non utilizzato in modo preordinato o meccanico.

Quando iniziai a utilizzare le scatole era per impotenza allo stare a parete in un riquadro artificiale. Compressi i pastelli esponendoli in scatole da imballaggio per lenzuola, trovate fuori da un negozio di biancheria, in seguito nascosi i pastelli dietro muraglie di scatole per il trasporto della frutta, lasciando che si intravedessero solo spiando attraverso di esse. Da lì passai a porre l'accento direttamente sulle scatole, modificandone l'aspetto attraverso il decorticare la pubblicità di riconoscimento che le rivestiva. Lo strappo di modifica sul linguaggio, Rotella docet, diviene anch'esso appropriazione e pittura.

A differenza del quadro, l'uso delle scatole mi permette di far parte dell'agire della comunità cittadina in cui vivo. Posso avere involucri perché altri attorno a me li svuotano dei loro contenuti, che io ripristino mutandoli in altro. Non contengono più vitamine eduli ma pensieri, resi tangibili attraverso ingombri installativi.

Oltre agli imballaggi, cominciai ad impossessarmi dei volantini sparsi sulle auto di mezza Milano, dove vivevo da qualche tempo. E con essi iniziai il mio mosaico infinito, che di volta in volta prendeva forma nelle gallerie in forme diverse, che chiamai Concrezioni. Potevano essere piccoli assemblaggi da parete o intere pareti, dove gli elementi della comunicazione cartacea che raccoglievo per strada durante i miei vagabondaggi cittadini, da privilegiata flaneuse, divenivano tasselli di un'incrostazione di superficie, ricca di confusione riorganizzata in armonia cromatica, che purtroppo non mi ha mai abbandonato, venendo dalla pittura ad olio, meditativa, particolareggiata. Dura cancellare le cattive abitudini...

  1. Nelle tue opere il messaggio pubblicitario più che essere annullato si trasforma. A livello concreto vengono eliminate delle lettere o delle parole e grazie a questo intervento il significato che assume è totalmente diverso da quello originale, Da cosa nasce questa trasformazione e come funziona questo processo nella realizzazione dell’opera?

Ho sempre amato leggere, scrivere e giocare con le parole. Alcune le scarto, altre le conservo e impongo loro uno scarto di senso, svincolandole dal rigo assegnato e dirottando a dire altro, o quantomeno accennare ad altro, o costringo l'occhio ad inciampare in modo diverso sulle parole, più consapevole di stare decodificando un senso, anziché assorbirlo per “osmosi passiva”. Mi piace scardinare in altro, dare giusto degli input fuori luogo, manipolando screenshot presi dallo stesso luogo in cui ci si scambia comunicazioni.

Lo strappo e la piega ricollocano senso e attenzione. Maybe.

  1. Osservando le tue opere si nota una ricerca estetica tesa all’equilibrio e all’armonia.
    Questa caratteristica è presente da sempre? In che modo si è trasformata nel tempo la tua produzione artistica? Quanto le forme che utilizzi nelle installazioni rappresentano il messaggio che vuoi veicolare?

Credo che ci siano sufficientemente cose sgradevoli nella quotidianità di tutti, e che non abbia senso aggiungerne altre. Non è da me ricorrere a pugni nello stomaco per attirare l'attenzione, preferisco l'arma della semplicità di mezzi, dell'ironia, dell'armonia. Nessuna esibizione tecnica sofisticata che crei stupore e distanza, solo gesti, semplici come il respiro, che chiunque potrebbe fare.
Questa caratteristica toglie il mio fare da qualsiasi piedistallo, ponendomi in dialogo alla pari, con materiali conosciuti e frequentati da tutti nella quotidianità, pur se predisposti a farsi usare diversamente: come il trasformare le gomme da cancellare in strumenti per scrivere, come lo scrivere di filosofia su nastri da registratore di cassa, come il rendere inservibili i contenitori squarciandoli e rendendoli fragili strutture che “accennano” a paesaggi di riflessione. 
Spostare l'uso e il sentire, giusto di un passo, quel tanto che dia un cambio di prospettiva, un inciampo visivo. Lo scarto che propone uno scarto di pensiero.

  1. La scelta dell’uso del punteruolo come strumento di lavoro in alcune tue opere sembra derivare quasi da una volontà di rendere fragile una superficie fino alla sua rottura. Tuttavia il tuo intervento non è violento, anzi, l’oggetto diventa un luogo di assoluta riflessione. Che rapporto c’è tra il pensiero e le tue opere? Cosa ti ha portato a voler andare oltre il confine che la superficie impone?

Stavo riflettendo sul punto. Immaginavo che guardandolo ingigantito ci avrei trovato in nuce tutte le direzioni possibili per proseguire da esso a tracciare il segno. Mancava solo la profondità, il passare oltre. L'idea di tratteggio ad indicare un'ipotesi di apertura è da sempre in un angolo del mio cervello. Tratteggiavo pareti con immagini strappate su di una pellicola trasparente adesiva, suggerendo come la Rete, entrando nelle nostre case, strappasse le pareti come fossero un coupon da compilare e inviare altrove. Con internet i nostri dati ci archiviano in questo altrove che ci sfugge. Un tempo sulle riviste c'erano i coupon da compilare e spedire, per avere qualche omaggio, e anche allora il prezzo era la cessione de i nostri dati da aspiranti consumatori , raccolti e analizzati a campionatura. In cambio di un piccolo omaggio si diventava inconsapevoli cavie per statistiche.

Il tratteggio si ottiene anche forando, sfinendo una fibra dietro l'altra, fino al cedimento della superficie. Anche le lastre di marmo vengono estratte dalla montagna un foro dopo l'altro, fino a sfiancare la vena e poterne estrarre il blocco, pronto per una scultura o per farne lastre e gradini.
Un sentiero si percorre un passo appresso l'altro, una linea si traccia un punto appresso l'altro, anche se ognuno di essi resta invisibile a causa della regolarità del movimento. Se si tracciasse la linea visibilmente un punto dopo l'altro, magari forando la superficie, la sua vera natura di confine ne sarebbe evidenziata attraverso un “crollo strutturale” che isola lo spazio circoscritto dal contesto.

Con il punteruolo inseguo la forma tra le parole e le figure offerte dal supporto scelto, per lasciare o togliere, attraverso il mio tracciato, gli elementi preesistenti. Ogni punto chiama l'altro, determinando la rotta del segno finale.
Anche quando dipingevo andavo per accumuli di piccoli gesti successivi, fino a sfondare la superficie con la trasparenza del colore assorbito attraverso i vari passaggi che eseguivo, mettendo e togliendo la materia. Il foglio non acquisiva lo spessore del colore aggiunto, ma la profondità del colore elaborato su di esso.

Ora squarcio direttamente, ma è il pensiero che tiene il controllo, non più l'emozione, anche se alla fine resta un occhio di attenzione anche di tipo pittorico, è più forte di me. In questo riconosco che non potrò mai essere una concettuale pura. A volte più minimal, altre più pittoricamente esuberante, ma alla base c'è un progetto pensato, non tanto nella forma finale, che mi piace scoprire passo passo, ma nel senso che attribuisco ai diversi elementi che restano presenti nell'opera terminata. Anche se la parola “terminata” non è la più corretta nel mio caso. A volte mi capita che appoggiando distrattamente una scheggia del mio fare, questa scheggia impazzisca di nuovi contenuti entrando in dialogo con la materia su cui si è “confusa” a mia insaputa progettuale. Qui scatta il cogliere, l'accogliere, o il defraudare di questo bivio proposto dal caso. A volte accetto il dirottamento, o mi prendo il tempo, lasciando sedimentare la contaminazione, altre resto sui passi da me predisposti.
E' tutto uno stare in ascolto. Di sé e del caso, in complicità fluida.

  1. Spesso, come forma espressiva, utilizzi anche il video. Quale riflessione vorresti suscitare in chi guarda? Anche i video che pubblichi sui social li ritieni parte della tua produzione artistica?

    Utilizzo i video come sassolini nella scarpa, anche nel caso degli interventi sui social, senza soluzione di continuità. Resto in dialogo con qualsiasi mezzo mi si trovi a tiro. Non ho mai fatto del video la mia ricerca artistica prioritaria perché richiederebbe uno studio a sé di un linguaggio specifico che ha una sua storia e una sua evoluzione. Sarei una neofita, come se iniziassi a fare ricerca nell'uso dell'Intelligenza Artificiale, di cui resto curiosa e informata, accettando però il mio limite temporale e lasciando il campo di ricerca alle nuove generazioni.
    Per incidere in un linguaggio bisogna prima conoscerlo a fondo e solo in un secondo tempo lo si può scardinare e asservire al proprio scopo linguistico. Potrei avvalermi dell'intermediazione di esperti, sia nelle tecnologie che nei materiali che non conosco, ma qui interviene il mio limite caratteriale. Preferisco arrivare fin dove posso gestire con i mezzi più semplici e ordinari. Uso quindi la fotografia e i video senza velleità di fotografa o di filmaker originale, ma semplicemente mi esprimo con essi con la stessa allure che applico ad altri materiali, inseguendo il mio filone di interesse. Per esempio non essendo esperta di musica e sapendo quanto questa incida nella lettura di un'immagine, preferisco non avvalermi di colonna sonora o di chi me ne saprebbe proporre una, muovendomi piuttosto su casualità di rumori o sovrapposizioni temporali sempre date dal caso. L'idea di strappo da ciò che già esiste mi piace applicarla in diversi ambiti, ma sempre modulata sulle mie forze.

    Strappare, spostare e destrutturare senza necessariamente un fine costruttivo che proponga un'alternativa ritenibile più vera, piuttosto creare un inciampo di riflessione.

  2. Nella società contemporanea siamo continuamente esposti a delle immagini e ciò ci porta a non fare più attenzione a ciò che ci circonda. Pensi ci sia una relazione tra questo e il messaggio che vorresti trasmettere nelle tue opere?

A questo proposito mi viene in mente un intervento che feci su dei cartelloni pubblicitari tanti anni fa. Credo fosse il 1998. Ero in Austria, Cartellonistica a gogò, Io avevo iniziato a costruire le mie biblioteche verticali, fatte con le cassette della frutta mignon, non quelle delle arance, una taglia più smart. Giravo in bici nei pressi del luogo che ci ospitava e iniziai a raccogliere un filo di colore dalla pubblicità. Di sicuro quei cartelli segnati con una ondeggiante riga bianca avevano una rinnovata attenzione dei passanti, a causa del mio intervento. In effetti è un tempo in cui si sente più il bisogno di togliere immagini, più che aggiungerne altre.
Per anni giravo con la mia Nikon sempre pronta a cogliere particolari. Da quando tutti fotografano vado in giro disarmata. A volte estraggo il cellulare, ma è più per prendere appunti per i miei pensieri che per condividere la foto. Anche sui social preferisco più andare di screenshot, tutto viene e torna al mezzo stesso, che risputa e inghiotte e risputa. E poi svanisce tra i miliardi di dati.
Usare materiali fragili e provvisori, costruire installazioni mai ripetibili e definitive, qualcosa che vivi solo se sei presente, qualcosa di non adatto al discorso riportato, alla sola narrazione fotografica, priva dell'esperienza tridimensionale dei corpi a confronto in uno spazio condiviso. Nemmeno con la foto di un viaggio riesci veramente a condividere l'esperienza con chi non c'era. Resta solo il contorno, la struttura progettuale e concettuale da esperire con la mente e l'immaginazione. Diversa per ognuno, legata all'elasticità soggettiva del percepire in astratto.

  1. La tua attenzione verso la contemporaneità è percepibile attraverso molte opere.
    Il tuo obiettivo è esortare chi guarda ad aprire gli occhi verso ciò che sta accadendo nel mondo? È un modo per smascherare l'ipocrisia umana?

Credo di essere io la prima ipocrita, non in grado di affrontare le realtà più complesse in prima persona, compreso il tirarmi su le maniche e darmi da fare attivamente per giuste cause del disagio altrui. Accetto i limiti della mia ipersensibilità che tende ad assorbire talmente il disagio altrui da rendermi impotente nell'approntare soluzioni attive. Per cui limito i danni osservando e spostando tasselli come lampadine che si avvitano e svitano a seconda di dove sento che sia necessaria più o meno luce. Per esempio detesto l'eccessivo accento a tutta la negatività umana su cui gioca l'informazione, o anche il singolo pettegolezzo. Porre sempre l'accento sulle catastrofi ci appiattisce, spalmati sul pavimento, o meglio sul divano. Le disgrazie altrui ci fanno sentire meno le nostre. Ma ci tengono anche con gli entusiasmi al minimo, con le potenzialità intellettive sedate. Tengo l'occhio su ciò che accade intorno a me, ma ho fragili strumenti di intervento nelle mie mani, non essendo adatta a spostare i monti con azioni collettive. Ho provato più volte, ma mi sono sempre fatta assai male, perdendomi mentre accompagnavo altri alla loro destinazione. L'essere uscita dal quadro è stata l'unica arma che sapevo usare per dire qualcosa su ciò e come viviamo, pur senza possedere verità o soluzioni. Resto poco più che un ingombrante menestrello, ingombrante per me stessa, soprattutto. La prossima vita mi limito a scrivere. Basta un computer, o anche solo un foglio e una matita.

  1. Al giorno d’oggi quanto è difficile per un’artista bilanciare la parte puramente creativa con le esigenze del mercato o con la promozione di se stessi? L’uso dei social media facilita la percezione del lavoro da parte del pubblico e la semplicità con cui esso assimila il messaggio?

Tutto resta proporzionato a ciò a cui si da importanza. Le regole direbbero che un artista dovrebbe ormai tener conto di giocarsi un 70% in comunicazione e un 30% in lavoro di studio, o anche meno, se fai realizzare le tue idee da altri, visto che non è più una questione di misurarsi nell'abilità tecnica personale. Dipende se si vuole essere famosi per bisogno di palco e di pubblico o se si segue un'ossessione, un'urgenza, al di là di avere o meno l'attenzione e il coinvolgimento del Mercato.
Io non ho mai saputo promuovermi, anche perché avendo iniziato a fare seriamente relativamente tardi, non avevo la spregiudicatezza da ventenne all'assalto del mondo, avevo solo la mia ossessione in testa di trovare il linguaggio che si confacesse al mio silenzio, lavorando più sulle pecche caratteriali e sulle mancanze e i dubbi, che sulle convinzioni. Sono sempre stata una solitaria a cui piace snasare come gli altri riescano a stare in equilibrio tra il silenzio e il dire. Ho sempre pensato che l'uso della parola non fosse... equamente distribuito! C'è chi sa vendere anche il proprio fumo e chi non riesce a piazzare il proprio diamante, ritenendolo un vetrino colorato o poco più.
I social sicuramente agevolano anche chi non ha un carattere aperto e spavaldo, ma divengono anche una trappola rubatempo a vuoto. Io li adoro perché attraverso di loro ho potuto sbirciare in realtà che nemmeno immaginavo esistessero, tipo la testa dei tifosi sfegatati o dei leghisti... per cui ho poi capito di più come sia facile la manipolazione e gli esiti elettorali... il razzismo e i delitti... che prima con le mie lenti piccolo borghesi tutte rosa non potevo nemmeno avvicinare! Resto comunque consapevole di non saperli utilizzare al meglio come strumento di propaganda del mio lavoro.
Per esempio quando sono entrata in Instagram ho pensato ad un progetto specifico, i racconti da tastiera. Solo poi ho capito che chiunque incontrassi andava poi a conoscere il mio lavoro artistico in Instagram e ovviamente non capiva, o immaginava che quelle tastiere che postavo fosse la mia ricerca visiva. Difficile dirottare il senso di un mezzo se non ne conosci le regole, come dicevo. Infatti ora ho abbandonato il progetto delle tastiere quotidiane, posto a sentimento e mi pascio delle mie trentanove visualizzazioni e qualche cuore, beandomi soprattutto di essere seguita e quotata da un'artista che stimo e che non ho mai conosciuto di persona, anche se siamo nello stesso documentario, Clandestine. Ogni tanto la ringrazio di tenermi d'occhio. Se qualcuno guardasse il numero dei miei followers e mi valutasse per questo sarei spacciata a prescindere, da sprovveduta digitale, da boomer doc!

  1. Gran parte della nostra comunicazione quotidiana avviene attraverso l'uso dei vari strumenti offerti dal web, tra cui i social media. In questa era digitale cosa resta da comunicare all’arte e quale ruolo può svolgere l'artista?

L'artista non è un profeta e non ha un unico ruolo prestabilito. Come tutti gli umani deve convivere con se stesso e sopravvivere agli straventi del cattivo tempo e coccolarsi gli affetti. L'artista può anche scegliere di tacere e sparire, se ha la forza di viversi la sua ossessione in solitudine, magari idilliacamente sostenuto da qualche mecenate amico, da un fratello Theo, alla Van Gogh.
Non c'è risposta né formula né ruolo. C'è da lanciare il proprio primo sasso, che permetta di attraversare il guado verso la sponda che si vorrebbe raggiungere e sperare, lanciando il secondo e il terzo, che siano abbastanza solidi da tenerci con i piedi asciutti, o alla peggio che il guado non sia così impervio e profondo da ritrovarsi comunque prima o poi all'asciutto, o trovare un ponte, un altro sasso e non un gorgo che ci inghiotta.
Si prova ad inseguire la propria meta e se, così facendo, ha qualcosa di valido e interessante anche per altri, i suoi passi si faranno più sicuri e collaudati e porteranno in un luogo piacevole e asciutto anche altre persone. Anche in mezzo al frastuono di tutti che inseguono mille tracce di vita differenti, o calpestati dalla massa che scende la corrente perché non ha appigli per farsi forza nel cambiare rotta e darsi un suo progetto personale

  1. Essendo un’artista donna e avendo iniziato la tua attività da alcuni decenni, come hai vissuto il confronto e il rapporto con i colleghi uomini? Trovi che ci sia stata un'evoluzione o credi che una donna subisca ancora oggi delle discriminazioni nel mondo artistico?

    La prima e più profonda discriminazione purtroppo la subiamo da noi stesse, se nessuno si è mai aspettato nulla da noi, e ci ha plasmato secondo esempi di sottomissione ad altri, nel dare priorità e importanza ad altri e non a se stesse, al proprio sogno, al proprio istinto e talento.
    Dobbiamo aver coscienza di potere essere noi stesse il nostro peggiore nemico. Io infatti sono un campione nella sindrome dell'impostore, quella sindrome per cui hai la certezza dentro di te di non essere mai all'altezza, di non meritare ciò che ti accade di positivo e che sia solo tua la colpa di ciò che non va nel verso giusto.
    Ci sono sicuramente più donne ora anche nel campo artistico, ma solo perché c'è stato, grazie al maggiore benessere più diffuso, un aumento esponenziale di chi può permettersi di alzare la testa dai lavori di pura sopravvivenza e provare ad ascoltare e seguire i propri sogni, anche se inconsistenti. E nella quantità, non necessariamente tutta di qualità, ci sono anche più donne.
    Se andiamo però a leggere i nomi dell'Olimpo ufficiale, o delle valutazioni di mercanteggio, ci si accorge che a dare le carte vincenti è ancora soprattutto il regno dell'uomo e del gay, grande amico ma grande antagonista della donna, essendo dotato di caratteristiche che giocano doppiamente a suo favore nell'ambiente dell'arte.
    Di sicuro come donna ci vuole il doppio di tutto, di carattere, di bravura, di originalità, di socialità, di culo (altrimenti detto fortuna), di stronzaggine, di autocentrazione e narcisismo... 
    Poi, se arrivi con convinzione e tigna ai novanta anni, ti scorrazzano in carrozzella procurandoti mostre che implementino le tue quotazioni, perché altri vi possano lucrare dopo la tua morte.
    Ma non è detto che si ricordino di mettere il tuo nome nei libri della Storia dell'Arte, che comunque resta una narrazione revisionabile e soggettiva, fin dai tempi del Vasari.


lunedì 13 maggio 2013

2012, Sara chiede, RAFFO ne risponde


Appunti distratti tra pieghe senza spiegazione, poco più di una conversazione, per Sara Faccin e la sua ricerca 


-perché non dipingi ma hai scelto di fare altro? dipingevi prima?

-Ho dipinto più o meno fino al ’95, ma già dal ’92 ho iniziato a celare la pittura (in senso proprio anche fisico…) dietro ingombri cartacei o dentro scatole e contenitori, e per tre anni i due percorsi si sono affiancati/integrati. Il colore prendeva materia su fogli di carta da disegno standard, A4 da album scolastico.   Volevo agire sul supporto più anonimo con lo strumento più elementare, usando unicamente pastelli ad olio, la forma di colore più prossima al semplice pigmento sfregato su una parete con cui l’Uomo iniziò l’avventura sciamanica della pittura.
Volevo che al centro del mio fare non ci fosse la ricercatezza dei mezzi usati o la perizia tecnica, ma la semplice urgenza del colore di farsi pittura. Per questo mi ero lasciata alle spalle anche il periodo di pittura a olio, a velature con pennelli di martora e particolari rifiniti capello per capello, che precedette il mio iscrivermi all’Accademia. Sicuramente un periodo utile per affinare lo sguardo sul colore nel suo farsi armonia o stridore, ma non in sintonia con le mie urgenze espressive, (dava solo più spazio allo sbarcare il lunario… il figurativo ha un pubblico più ampio…) La scelta di agire su fogli ordinari sottolineava, nel mio intento, il limitato spazio a margine in cui il ritmo del “fare per essere” relega il pensiero di ricerca del sé. 

Intervenivo sul foglio con un accumulo di segni che venivano a costruire una tessitura di cui si impregnava la carta e si delineava uno sfondamento della bidimensione in un’astrazione d’atmosfera lirico espressionista. Scolpivo con il colore a colpi di lametta da barba, mettendo e togliendo la materia pittorica fino a che il foglio pareva perdere la sua bidimensionalità e i segni di pigmento, spatolato dalla lametta caricata dal suo togliere materia, restavano come sospesi su una non-materia luminosa. Tutto questo, ripensandoci ora, molto in continuità lineare con l’esplorazione dell’astrazione lirica e la sensualità del colore nel suo svanire in luce che affrontai nel periodo dell’Accademia, periodo in cui mi resi conto di interrogarmi non tanto sulla pittura in sé, materia, gesto, colore, spazio, quanto sui materiali, sui supporti, e di avere anche un’esigenza di dialogo con la quotidianità e il desiderio di diminuire la separatezza del linguaggio pittorico rispetto ai gesti della quotidianità. L’usare materiali già codificati per “fare pittura” accentua la pittura come mondo a sé e io vorrei incidere nella decodifica dei segni e sogni della vita, e non dialogare solo con le ricerche pittoriche esposte nei musei o studiate sui libri. Sento la pittura in strada, là dove i Novorealisti la indicarono, e in strada iniziai a cercare le mie risposte. Le prime installazioni con materiali da imballaggio nacquero per esprimere il mio “ingombro mentale”, chiamiamola allergia al fare pittura che richiedesse supporti, cornici, attaccaglie e vendita a punti, a cui si sommava l’odio per come la conoscenza del lavoro degli artisti sia sempre mediata da pessime foto da catalogo che ne distorcono ogni senso.

 …Ero stanca di litigare con i colori sbagliati delle tipografie… I rossi non corrispondevano mai ai miei rossi! Perdevano sensualità ricordando solo il pomodoro da pizza… Esagero ovviamente, ma nemmeno troppo!Volevo eliminare una serie di vincoli, e le scatole raccolte nei supermercati furono la mia prima risposta per legare il mio percorso d’arte alla quotidianità, mia e altrui.
Come il pittore rupestre che contribuiva alla caccia con la sua abilità di narrazione visiva, così io iniziai a nutrirmi dei resti della caccia altrui: le scatole e le pubblicità.
Più gli altri consumano e comunicano, più io ho di che lavorare: le scatole svuotate dagli acquisti sono il colore con cui esprimermi. Non per un intento di riciclo, ma per una ritrovata partecipazione al ciclo sociale. Mi è sembrato il modo per rendere la città il mio territorio di caccia, senza essere io a darmi in pasto a colorifici e corniciai… e per avere sempre con me gli strumenti, scatole e volantini rintracciabili ovunque, con cui costruire installazioni e concrezioni, pensieri cartacei in 3D, anche viaggiando leggera, un po’ di colla, una pistola per colla termica, un po’ di scotch, e le mani in tasca in giro per le città.


 -però comunque il fattore cromatico è un elemento del tuo lavoro, almeno per quanto risulta alla mia visione, non credi sia un po' pittura allargata?
-Sicuramente è pittura, quasi a pieno titolo, anche se alla base del mio fare c’è un concetto che esula dagli interrogativi della pittura.

Nasco pittore e il mio occhio non demorde a tirarmi in quella direzione. A volte lo vivo come un limite. Sono cosciente che l’equilibrio cromatico è un di più che distrae dai concetti da cui nasce il mio lavoro, ma la pittura resta per me una chiave per “incartare” gli sguardi a fermarsi, il mio per primo, e soprattutto una porta alchemica di vitale importanza.
La prima volta che capii questo, fino nelle mie cellule più recondite, fu davanti a un sarcofago egizio. Ero alla National Gallery a Londra, e guardando quattro assi dipinte, inchiodate a comporre una cassa da morto, capii il senso alchemico del dipingere.
Non era un sarcofago prezioso, era uno dei più semplici e rudimentali, e lo strato di colore che ne decorava le assi non aveva nulla di eccezionale, ma, fissandolo, mi resi conto di quello che esso provocava su quella materia: la scatola di legno si trasformava da contenitore a luogo di passaggio, diveniva porta di accesso ad una dimensione immaginaria. L’uomo aveva dipinto quelle assi perchè il morto potesse passare dalla materia di una superficie ad un luogo di viaggio. Stetti male: per due ore non riuscii ad aprire bocca né a muovermi. Mi girava la testa e avrei voluto fermare quel momento di folgorazione e fissarlo per sempre nel mio sentire. Era una risposta senza altre vie d’uscita sul senso della pittura, che poi purtroppo ho più volte perso per strada, sporcandone il senso alchemico con urgenze concettuali che dirottano in altra direzione la mia ricerca. 

-credi sia possibile ancora dipingere oggi?

-La pittura va oltre ogni cecità d’animo e vivrà fino a che ci sarà pensiero libero.
E’ tutto ciò che si è costruito attorno alla pittura che andrebbe smantellato per ripristinarne l’essenza alchemica, che vien meno ogni qualvolta si riveste del “riprodursi in prodotto” senza  pensiero di ricerca. Io continuo a vederla come urgenza di approfondimendo di interrogativi, e non come furbizia/scorciatoia per ego ipertrofici a caccia di un prodotto azzeccato con cui far soldi.
Lo spazio, sempre più risicato e a margine, lasciato a chi ha la volontà di far ricerca e cultura, è territorio di libertà d’espressione. E resta tale almeno come utopia… 

Sara chiede. RAFFO ne risponde.   maggio 2012

estratto da "VALE LA PENA?"

sabato 26 dicembre 2009

2013 Intervista - da Maria Paola Orlandini


2013 – Intervista scritta con Maria Paola Orlandini per il sito Le Buone Culturali


Domande:


La sua decisione di lavorare nel campo dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

Mi sento come il pittore preistorico tacitamente delegato/relegato in grotta dalla tribù a trasporre in segni propiziatori la quotidiana caccia di sopravvivenza, e sento che dalla buona caccia altrui dipende il mio nutrimento emotivo e culturale.

Nel “campo” dell’arte c’è un tempo di aratura, semina e raccolta ancora più imprevedibile e instabile di quanto non sia quello di un agricoltore, sottoposto ai capricci climatici che possono vanificare con gelate o siccità un intero raccolto. Anzi, ancor più, il raccolto nel campo dell’arte può anche non esserci mai, e per certo non ci sono indennizzi e sostegni europei...

Non ostante questo, penso che coltivare il proprio sentire e nutrirsi d’Arte resti per me indispensabile quanto il respiro. Ci si confronta e ci si abbevera alle opere e alla Storia dell’Arte, mentre si cerca una risposta ai propri perché e a quelli insiti nei linguaggi degli altri artisti, instaurando con loro un dialogo oltre ogni limite spazio-temporale. E si lavora non per rincorrere il nuovo ad ogni costo, o la “trovata” che faccia effetto, ma per “formattarsi” in una personale percezione e sguardo sulle cose.


> Tempo fa scrissi queste riflessioni in occasione di un dibattito, e mi piacerebbe riproporle:


”Scrivo due righe, sperando di non correre il rischio di finire chissà dove, in qualche pozzanghera a girare a vuoto senza trovare come uscirne e riempiendo l’aria di schizzi inconcludenti, anche se pur sempre d’artista…Per chi, e soprattutto perché, lavora un artista? Per esistere a se stesso, innanzi tutto, per scrivere da se stesso dei confini e prendere in essi forma, senza la quale non c’è leggibilità e comunicazione con l’altro da sé.

L’artista s’inventa delle simbologie a parte, un codice suo, una sua musica, qualcosa che dal suo sentire/riflettere/fare prende forma e inizia a esistere, in primis ai suoi occhi, e poi agli occhi di chi voglia ascoltare una nuova lingua o una modulazione delle precedenti con nuove parole. O con differenti silenzi.
La chiamano creazione, a me piace chiamarla alchimia.
Alchimia è quando una materia diviene altro e perde il nome che le dava confine, quello con cui la si era definita e ingabbiata in formula. Davanti a questa nuova “cosa”, deve ri-trovare la parola più adeguata per dirla, per nomarla, per normarla a regola di lettura.
Ma qualcosa che è totalmente definibile in parole perde in parte il senso della sua forma ed esperienza visiva, quella attivata con tanta fatica dal fare creativo che elide e moltiplica la superficie di ciò che conosciamo per amplificarne il senso.
Spesso a questo punto, a opera fatta, si toglie all’artista il ruolo di dio-adamo e lo si confina a costola intercambiabile di un sistema che ha costruito nel tempo precise gerarchie e normative.
Inizia così un lavoro di delega quasi in bianco, e a volte senza scampo, del proprio pensiero in mano ad altre persone che lo traducono al mondo.
Non me ne voglia quello Studioso e Critico d’arte che rappresenti in modo saporito e positivo uno dei poli di queste gerarchie, in origine il polo dei traduttori e traghettatori, ora sempre più travisati in detentori del Verbo che nomina e dà forma pure all’Artista, che da creatore diviene spesso solo un girabulloni alla Chaplin, intercambiabile a piacere come pedina di un altro gioco che non gli appartiene più, o a cui sceglie di appartenere in questi termini di “produttore”.
Solo con i giusti interlocutori, l’artista e l’opera tornano al centro e gli artisti possono esprimere la loro diretta traduzione, dato che sempre più spesso sanno usare il verbale oltre al visivo, e anche il pensiero, talvolta almeno... a volte è meglio non lo facciano. Spero non sia il mio caso.

L’artista è sempre grato a chi lo supporti e gli dia un luogo in cui prendere forma, in cui delineare il proprio sentire e la propria visione del mondo.
Ognuno può avere una storia da narrare, ma perché questa storia prenda forma per essere narrata e ascoltata da altri deve contenere un’urgenza in più, qualcosa che ci ossessioni, qualcosa per cui ti scappi di alzare la mano e prendere la parola anche se sei il più timido della Terra.
Per far questo è necessario ci sia il tempo della riflessione e la democrazia dell’ascolto, che si sia liberi di alzare la mano, e che esista uno spazio, un teatro, un libro, una galleria, un monitor, un marciapiede in cui esprimersi, spazi più autentici attraverso cui incontrare e scambiare Cultura. E quando dico teatro intendo un luogo amplificante, un luogo e un supporto in cui avvenga uno scambio. Scambio che sempre più raramente avviene nel mondo dell’arte, anche nelle Gallerie stesse, tese più al business del mercato che all’ascolto della Ricerca, la quale ha un’antica storia da cenerentola marginale, per pochi, o almeno così era quando l’opera era al centro del dibattito e della ricerca, e non solo pretesto per salotti o misurazione di potere sociale.
Ora c’è anche il palcoscenico della Rete, il massimo apparente di libertà, ma ogni brusio troppo intenso, che divenga rumore reiterato, tende a spegnere la nostra soglia di attenzione. “Il troppo stroppia”, diceva una volta la saggezza contadina.
Anche se è corroborante che ci sia una tracimante scelta di voci, a volte il sussurrato è più dialogante: poter scegliere individualmente i tempi e i modi della fruizione, senza rincorse e pressioni, compresi i pop up che ti si aprono mentre stai leggendo sul monitor, o la pubblicità che sbuca da ogni dove a distoglierci da una riflessione personale di ciò che i nostri sensi vivono. Vista la sua eccessiva ingerenza, è proprio quest’ultima che catturo e ribalto in colore e le faccio dire altro con il mio lavoro.” <

Il suo lavoro: un piacere personale o anche una responsabilità civile?

Sono convinta di una cosa: quando si è profondamente e autenticamente egocentrici, quando si indaga in se stessi come unico frammento di microcosmo a propria totale disposizione, cartina al tornasole di una vastità meno facilmente sondabile, quando lo si voglia fare con autenticità, si è sempre in dialogo costruttivo anche con gli altri e con la società intorno, e quindi il proprio agire è di per sé impegno sociale. Sempre, beninteso, che questa indagine non sia un puro esercizio ombelicale o di mera gratificazione per le proprie nevrosi, ma un raffrontarsi dialogante tra sé e i linguaggi artistici, antropologici e culturali di cui siamo sedimentati.

L’Arte ti traversa senza chiederti il permesso e si appropria del tuo fare, che tu lo voglia o no, e di solito le cose migliori nascono quando si perdono per un attimo le griglie di riferimento e il progetto puramente razionale, e si lascia uno spiraglio a che in esso si inserisca il caso e il respiro dei luoghi. Questo l’ho sperimentato proprio poche settimane fa, nell’ultima mostra in cui mi sono trovata coinvolta. Avevo progettato a tavolino, in base alle foto dello spazio espositivo, un intervento su di una colonna. Al momento di montare scopro che lo spazio non era più lo stesso e la colonna non era disponibile; dopo un tonfo interno da spaesamento e un’arrabbiatura trattenuta e domata, ho lasciato che tutti i lavori degli altri artisti venissero posizionati a parete e mi sono messa in ascolto del luogo e di ciò che mi poteva offrire nella sua nuova identità. Sono stata male fino all’ultimo, con una tensione, direi quasi terrore, di non riuscire a far nascere il lavoro. Poi, man mano che posizionavo il materiale preparato, lasciandomi anche guidare dallo stesso, l’installazione ha trovato il suo respiro, il suo equilibrio concettuale, spaziale e, cosa che non guasta mai, anche cromatico. Venendo dalla pittura non riesco a prescindere da un’armonia anche pittorica nei miei lavori. Spesso è un di più rispetto al concetto su cui sto concentrando l’agire, ma penso che l’armonia espressiva del colore sia anche forza attrattiva per innescare il dialogo con chi si avvicina alle mie esperienze visuali.


Lo scultore Nunzio una volta mi ha detto: “Per un artista la difficoltà non sta tanto nel fare, quanto nel mettersi nelle condizioni di fare”. Questa affermazione forse è tanto più vera per una donna. Cosa ne pensa?

Arginare la quotidianità che frammenta il pensiero e lo vanifica in reiterazione del già noto, questa è la grande battaglia. Se ogni giorno c’è solo il tempo di fare quattro bracciate e non le dieci vasche necessarie, difficile avere il fiato per immergersi dove non si è ancora stati. Ormai si potrebbe passare dalla culla alla tomba solo lasciando che la quotidianità spiccia ti riempia ogni momento della vita, sia essa rappresentata dal piacere degli affetti o da fastidiose burocrazie, da rituali sociali o impicci di salute. Resta ancora e sempre basilare la famosa “stanza per sé”, di cui parlava Virginia Wolf. Una porta, fisica o mentale, invalicabile per gli altri, compresi i sensi di colpa. Sicuramente la disponibilità del tempo femminile al servizio degli altri, su cui ancora regge l’equilibrio sempre più deteriorato della società italiana, rappresenta una delle sabbie mobili in cui si rischia di restare inghiottite, insieme al fardello più o meno cospicuo di sensi di colpa, di cui si viene rifornite fin da piccole, se per caso ci si discosta dal ruolo di cura all inclusive, comprensivo del supporto agli obiettivi altrui calpestando i nostri: quello che io chiamo”smarrirsi per accompagnare gli amici a casa”. Anche da ragazzi si faceva, ci si accompagnava più volte a vicenda, poi era sempre il più gregario dei due a rientrare a casa da solo...


Oltre agli ostacoli personali, ci sono altre barriere da superare? La burocrazia? La mancanza di fondi? La diffidenza dei galleristi? Qualche esempio

Il miglior esempio è il mio starmene fuori dalle caselle della tombolata: mi ci vuole talmente tanta energia per seguire le procedure dettate dal gioco, e lo avverto ormai così sfalsato rispetto ai significati quasi alchemici che attribuisco all’Arte, che tendo a star seduta sulla riva del fiume. Forse per la recidiva ingenuità che sia la qualità a trovare e segnare la strada, senza che io ci investa il fiato che non ho. Ho la testa tutt’uno con le emozioni e, purtroppo o per fortuna, ho dimenticato di erigere compartimenti stagni per isolare spazi dediti a burocrazie, giochi di ruolo, strategie... Di sicuro il mio carattere non mi agevola ed è il mio ostacolo principale. Ho intrapreso gli studi a Brera a trent’anni, prima lavoravo e dipingevo da autodidatta, ma mi urgeva nutrirmi di altro. Avevo già due figlie, così quando ancora mi sentivo dire dai galleristi la solita tiritera:”Poi voi donne lasciate e mettete su famiglia...”, io rispondevo:”Già fatto, e ormai sono autonome”. Non è mai vero del tutto, anzi, sono io la prima non totalmente autonoma dagli affetti... ma credo non lo siano nemmeno gli uomini artisti, anzi!... Con la differenza però che nel loro caso sono gli affetti e i galleristi a piegarsi ai loro tempi ed umori...


Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?

Lo penso ad ogni risveglio, se devo esser sincera. E ancor più quando il cane del vicino inizia a guaire alle sei di mattino. Essendo io una nottambula, riesco a riappacificarmi con la vita e con me stessa solo verso sera, e il mattino dopo ricomincio daccapo a dovermi convincere che vale il viaggio questa ossessione che mi accompagna da sempre, questo moltiplicare la superficie del reale con altre riflessioni e pieghe imperscrutabili, anche se apparentemente giocose. Cessare di indagare linguaggi e materiali è cessare di respirare. Coinciderebbe. Ho sperimentato in varie occasioni alcune sgradevoli crisi di “astinenza”, in cui coinvolgo sotto la nuvola nera anche chi mi vive accanto. Impossibile smettere, posso ridurre la dose di progetti attuati, ma qualche piega al giorno, qualche scarabocchio, qualche scatto fotografico non posso evitarmeli. Ho la fortuna di giocare su più registri espressivi, e quando non ho lassi temporali abbastanza vasti che mi permettano di nuotare al largo in acque sconosciute, bordeggio ripercorrendo con nuovi interrogativi ciò che mi capita a portata di mano.


Si possono rinvenire degli elementi comuni tra le vicende delle donne impegnate nel campo artistico? O ciascuna costituisce un caso a sé, un’individualità, come è caratteristico oggi, di tutta l’arte contemporanea, non più organizzata per correnti o movimenti?

Ho sempre avvertito un triplo muro da sfondare, un triplo esame da superare, una tripla sfida da reggere, ma credo che sia così in tutte le professioni. E come in tutte le professioni, é divenuta necessaria una specificità tale nell’approfondimento del proprio linguaggio, che è quasi naturale divenire monadi solitarie, concentrate sul proprio chiodo fisso.

Movimenti e correnti hanno perso motivazione d’esserci (se non per forzare con un grimaldello da banda il Mercato, usando la formula “l’unione fa la forza” e fa più rumore...), e tentare d’ingabbiare i percorsi in sottogruppi affini è agire con un ottuso bisogno di incasellare, perdendo l’intrigarsi nella scoperta delle singole specificità di ricerca. Sicuramente ogni artista donna ha avvertito sulla propria pelle la difficoltà dello “specchiarsi” nella Storia dell’Arte, nelle cui pagine ha presenza ancor meno che marginale. Questo può mettere a dura prova il proprio equilibrio e il sentirsi in diritto di essere parte in causa. Ci sono ancora artisti che sostengono che l’Arte è la sublimazione della loro “impotenza a partorire”, e che quindi è impossibile che la donna ne sappia percorrere appieno la ricerca, in quanto già preposta a generare vita. Io ho due figlie, e questo non mi ha precluso di vivere intensamente quei meravigliosi trip euforici d’estasi creatrice di cui “loro” narrano, (magari tra una modella e l’altra), quando sei tu stessa la prima a stupirti di ciò che sta nascendoti tra le mani, davanti ai tuoi occhi, al di là di ogni progetto, di ogni volontà e di ogni apprendimento tecnico: quando scatta quel quid imponderabile che ti fa sentire la vibrazione dell’autonomia dell’Arte rispetto a ciò che sei tu, nella tua finitezza di persona.


Pensa che ci sia una qualche specificità, una qualche “innata” vocazione di genere, che le donne esprimono nella fase di ideazione e di produzione artistica?

Sono stata sempre refrattaria e quasi allergica alla lettura di genere, ed è forse come stare ancora a disquisire sul sesso degli angeli. L’Arte travalica, quando è autentica contiene in sé il maschile e il femminile. Quello che purtroppo resta chiaro è che se è un uomo a ricamare una lacrima sul viso di una diva è un Artista, se lo fa una donna... Se è un uomo a piegare i Topolino è un Artista, se lo fa una donna.... Anni fa, molto prima delle lacrime da diva del Famoso pupillo di Prada, c’era un’artista, anch’essa bresciana, che ricamava a punto croce membri maschili. Era un’operazione molto forte e coerente con le sue precedenti ricerche, ma una donna che ricama appare quasi banale... può anche urlare il suo spessore culturale che tanto non otterrà la stessa attenzione data qualche anno dopo al ricamo al maschile.


Esiste tra le donne una più marcata competizione?

Probabilmente sì, ma come in tutti gli ambiti suppongo, dovendo, in quanto donne, raddoppiare gli spintoni per adeguarsi a competere secondo i canoni in voga, ma solo perché ancora non si è riusciti a rafforzare una diversa modalità e un’altra scala di valori.

Questo sgomitare avviene quando il fine competitivo sono le luci della ribalta, forse avviene meno quando è la ricerca al centro del proprio misurarsi, anzitutto con se stessi. Sono così idealista che credo ancora che l’Arte sia un percorso di conoscenza e non una battaglia per chi arriva primo. Primo rispetto a cosa, primo rispetto a chi? E ormai anche primo dove, su questo globo con sempre nuove chiese inventate ad hoc: gli artisti divengono loro stessi merce da scaffale, in attesa del tocco magico di un critico, di un mercante, di galleristi global... manca solo la quotazione in Borsa... O l’estrazione al lotto: giocare sulla ruota di Shanghai o su quella di Dubai?... Per me ha ancora senso avere stima e spazi di sostegno e confronto con poche persone che credano nella mia autenticità, ma anche questo è un terno al lotto...


Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

Ho incontrato sul mio cammino solo poco tempo fa un gruppo di filosofe le cui riflessioni credo valgano la nostra attenzione. Tra queste campeggia Annarosa Buttarelli, docente di Filosofia a Verona, che ha appena dato alle stampe “Sovrane”, in cui riflette su quali possano essere le peculiarità positive del regnare al femminile, a cui guardare per uscire dall’impasse attuale della politica e della poca considerazione data all’Arte e alla Cultura. Buttarelli è anche una degli intellettuali “colpevoli” di aver dato il via anni fa all’ormai famoso Festival della Letteratura di Mantova, e l’ideatrice, insieme ad un amico artista, Lucio Pozzi, di una serie di brevi atti unici d’arte, gli Eventi MAT/tam, eventi che durano esattamente due ore, ogni volta in luoghi diversi e non necessariamente preposti all’arte, e in cui l’artista invitato si pone in dialogo con i presenti che gli rendono visita e a cui presenta se stesso e la propria ricerca. Mi sono trovata coinvolta in prima persona ed è stato molto diverso da ciò che si prova quando si inaugura una Personale: lo ricordo come un concentrato d’incontro umano e di reciproca curiosità, di volontà di dialogo, pur se in assenza totale di buffet e vini... punto aggregante e spesso unico motivo di frequentazione delle Vernici! Io non sono mai stata frequentatrice di luoghi per sole adepte. Credo sia più autentico il confronto vis à vis con tutte le peculiarità dei generi in campo che, a ben vedere, non sono solo due. Credo che, anziché un nuovo iter fondativo, possa essere interessante sondare i percorsi carsici nascosti qua e là nelle singole realtà cittadine, come le riflessioni ormai decennali del gruppo Diotima, di cui ho letto di recente “Il pensiero dell’esperienza”, che riunisce le testimonianze di diverse intellettuali, italiane e non.


Una proposta concreta per mettere al primo posto della coscienza e dell’agenda politica del paese la cultura.

Non ho soluzioni… Non saprei… Anche fosse solo lo smettere di pensare che si debba abbassare ciò che è elevato e faticoso da raggiungere, che solo trasformando i musei e le città in parco d’intrattenimenti si possa arrivare al pubblico. Piuttosto far sì che i Musei divengano una chiesa laica attiva nel quotidiano della gente, un luogo aggregante in cui vivere la propria città, ormai svuotata dalla frequentazione assidua di ben altra chiesa, il Sacro Centro Comerciale e le sue cappelle con sfavillanti attrattive di consumo. I musei troppo sterilizzati o sviliti in farsa non pulsano futuro e nuove riflessioni. Se almeno i residenti avessero un più agevolato uso delle strutture della propria città, sarebbe già lievito di contaminazione in più e partendo dal territorio e non da carte, timbri e direttive.

Mi ha colpito (non so se sia ancora così, ma fino a qualche anno fa lo era) constatare che in Austria viene dato l’accesso gratuito ai musei e ai teatri ai meno abbienti, considerando la Cultura importante nutrimento quanto il pane. Forse sarebbero completamente da ribaltare i riferimenti con cui si calcola il PIL, e sarebbe il momento di rimettere al centro il benessere dell’Uomo non solo nella sua accezione materiale e consumistica. Anche se la vedo complessa... Siamo in un Paese in cui si cancella l’insegnamento della Musica e della Storia dell’Arte nelle scuole, anziché farne il perno, considerando l’unicità mondiale del nostro patrimonio culturale. Arte e Musica sono ancora ritenuti solo una perdita di tempo...o alla peggio uno status symbol da esibire... Mi sento chiedere: ok, sei artista, ma che lavoro fai? In Italia ci sentiamo tutti artisti, guai ad avere la presunzione di voler vivere respirando l’Arte nascosta ovunque, nutrirsene con gusto e non con noia. E tanto meno come giostra per comitive annoiate, com’è avvenuto a suon di Impressionisti a Brescia. Avevo i pullman fin sotto casa, ma una volta sbaraccato il “circo Goldin”, la città si è trovata solo con le Casse totalmente spazzolate... Credo comunque che sia il tempo anche della navigazione virtuale, e in essa chi veramente vuole può trovare input mirati per costruirsi un cammino di conoscenza, un tempo inimmaginabili. Forse abbiamo perso il “privilegio del contadino” che, passando una vita su di un fazzoletto circoscritto di quotidianità rituali, poteva alla fine dei suoi giorni dedurre sagge certezze dalle sue esperienze, ma alle certezze l’artista rinuncia già a priori, come al pensare che le soluzioni, ammesso che ci siano, vengano dalle Stanze dei Bottoni.