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mercoledì 7 maggio 2025

2013 Perché gli U-BOOK

Note a margine del fare con cui elaboro gli U-BOOK

Scalzo la narrazione dalla pagina e ne trasformo il racconto in raccolto cromatico impacchettato per il viaggio verso un ipotetico codice binario che ne trasformi i contenuti in dati archiviabili in cloud, in quegli spazi altrove di un pieno senza materia e vuoti d’ingombri. Memoria senza sguardi memori. Sfido chiunque a ricordarsi il contenuto del proprio archivio virtuale.

Per una biblioteca basta una carezza di sguardo che percorra i dorsi, e i libri prendono la consistenza mentale del viaggio compiuto al loro interno, o restano biglietti ferroviari, lasciati scadere o decantare, verso interessi resi già lontani dal procedere a valanga di un tempo consumato in esuberi di parole, sbiancate color pagina fino a disparire in quantità senza attenzioni.

I racconti perdono senso in piccoli pixel di colore liberati dei contorni assegnati e resi campionature, pur senza schedario e numeri con cui sia possibile renderle nuovamente riconducibili ad un’uguale struttura narrativa. Quando la traduzione tradisce ancora una volta i codici e lascia la pagina ad una recita a soggetto. raffo 2013



4 ottobre 2013 -  
Scortico il terzo libro di un'uguale stampa, e ciò mi apre gli occhi su ciò che cerco. L’attimo mai sovrapponibile a se stesso perché si differenza nell’azione.

Un po’ come l’atteggiamento che stava alla base dei 150 pastelli, nel 1991.

Gesti uguali con strumenti e spazi uguali con cui lasciar affiorare diversità emozionali e spaziali del momento in cui si delineano, pur nella ripetizione.

Ora affronto la stessa immagine all’interno della quale libero il colore da una forma riconoscibile per lasciarlo fluttuare. Pur scavando nella stessa immagine, pagine simili non sono più sovrapponibili.

Già il primo colpo di cutter determina una scrittura differente della pagina.
Se inizio incidendo un giallo, tutti i gesti successivi sono tesi a ritrovare un equilibrio di pesi cromatici e spaziali che non necessariamente vengono a riproporre gli stessi pesi/cromie smossi da quella prima incisione, su di un rosso o sull’eliminazione categorica del rosa...

I luoghi delle cromie sono fissi, in quanto il disegno è quello, ma le variazioni vengono sia nella dimensione del tassello preservato, sia nel gesto, sia dal come la pellicola di carta si sbreccia dal fondo, da come è stata applicata la colla di stratificazione sulla pagina... A volte il foglio si stacca senza arresto fino a bordo pagina, e correrebbe anche oltre il margine se ancora avesse spazio. Altre volte oppone decisa resistenza e mi ritrovo a incidere il bianco sottostante con una sorta di semolato dal ritmo quasi barocco e decorativo, che fa vibrare la superficie, modulabile a seconda di come procedo sulla pagina, in modo regolare o intervenendo invece qua e là in modo più caotico, o di come incido falsi riquadri le cui cromie poi non ho trattenuto e restano bianco su bianco, o intagliate nel grigio sottostante. raffo




lunedì 10 dicembre 2012

1992 about PASTELLI - appunti ritrovati


Container di colori. Escrementi di pigmenti oleosi appallottolati in concentrato d’essenza. Esistenza. Continuità nel gesto fino al limite esterno di un foglio formato UNI previsto dal codice di taglio per un proficuo impiego di carta. In un tempo di espansione oltre le misure di gestualità possibile che richiede elevati affitti di studi-ex fabbrica chiusa per recessione. E lo sponsor dov’è. Ragionieri in banca e Mister Hyde di notte, per autofinanziamento del proprio doppio celato. C’è lato. UNI. Foglio standard che accoglie pigmenti riciclati di un ieri a colori che torna a puntate, a tracciare il seguito di un gesto introverso e pensato. Riflesso. Di un altrove vitale evitato. Celato. Pensiero trasparente di pellicola per alimenti che conservi intatta la fragranza di una tenue vibrazione di animo perso. Un tanto al metro. E me lo faccia di quel bel rosso vivo che risparmio la legna.  E ci sto davanti in poltrona per quei cinque minuti di relax senza camino. E’ triste fissare il termosifone. Pratico, caldo ma gelido. Gelo solo a pensare i prezzi di cornici e telai. Mi basta un foglio di appunti per oggi. Domani è diverso. Se torna. Quando torna il domani non è lui. E l’oggi mi sfugge e si squaglia in un gesto. Che scioglie il colore sul foglio con la sola energia del tracciare. La traccia di un moto distratto? La traccia di un colpo inferto. Automatico. nervoso. calibrato. deciso. strabordante. Qualsiasi aggettivo, e altri ancora, e anche. sbagliato. Forse il più bello. Un segno sbagliato acuisce di nuova attenzione l’azione. E cancelli. Chiusi. Davanti a luoghi fuori orario in cui potresti vedere quei quadri che costano code di massa per sparpagliare cultura e rimpinzare casse senza risonanza magnetica.
Cerco neurotrasmettitori attivi.  raffo

lunedì 22 ottobre 2012

2012 - Bit e BYTE bitte



SVUOTO la quantità in gesto di struttura. 
Non scrivo lineare. 
Scrivo LINEARE e 
premo INVIO in pacchetti  e codici. 
Per pochi bit. 
Di parole e senso. 

BYTE. Alterano spazi e piazze. 
Nessi sconnessi. Deviazioni. 
Lavori  in corso nutriti di colore.  
ZIPPATI germinanti in cerca di erezione. 
Passi scompaginati senza rilegatura. 
Appunti in dispersione a fare. 
WWWiki Scraps confusi.

E posto ai posteri sfrucugliar di parole che sottenda giochi alti ed altri, che a specchio prendano colore.
Non posso dire quanto l'imbalsamatura in BYTE le improverischia in verità, inconsistenti e fatue, anzi famieInfamie di ubriacatura a tasto, su cui calare velo e non ribalta, che ne ribalti il senso gioco in false verità, colate ai posteri ma già scollate. Dal dirsi ragionevoli. Dal senso unico alternato ormai alterato nel sapersi altrove a diffusione. Ping pong privato deprivato di origine certificata, che cerca e trova gusto di rimbalzo in altre pareti.
E sposto. Bisturi a freddo, senza il contesto che ha tagliuzzato il testo in lacci liberi dai fori in cui erculearsi a stringere pensieri e un dire che abbia senso costruttivo o di ordine alfabetico. BYTE da registro, indice, archivio. Dimmi tu. A cui so di dar diletto a stomaco incauto e senza marciapiedi cavalcante glamour in polveri sottili, di smog e strisce opposte ai semplici pedoni.  Pedine. On line. In gioco di parole senza il ruolo del dire. Suolo di porte in link saltellanti, tra sinapsi e sintassi, lanciando sassi alle vetrine e merletti in fuga da tomboli e tromboni senza spartito condiviso. Ora. E qui. Butto i dati in pixel e non rileggo. Non rinnego e firmo. 
rf - ottobre 2012                   
(appunti per l'evento a Spazio ISOLO -Verona)

giovedì 9 febbraio 2012

2011 - DEFRAG GATE

 - della serie   “Se il nubifragio impazza prima che io sia pesce”


Nel tentativo di fissare il mio pensiero 
mentre “disseziono” l’Italia in cerca di una nuova pagina bianca, 
forse ho solo ampliato gli angoli di una scatola sempre più stretta 
in cui non riesco più a porre tutto quello che è da sempre già contenuto in un piccolo quadrato bianco su bianco, 
nascosto da qualche parte, tra scorie e storie.






Il pensiero di una mostra in Calabria, in mesi in cui si discute quasi a guerriglia sul festeggiare o meno l’Unità d’Italia, non può che essere per me un’occasione per “esportare” le mie inquietudini sulle DISPARITA’, raccolte qui metaforicamente in queste pagine d’agenda a giorni dispari.
“Di spari c’è chi continua a morire, e il suo quotidiano è un infinito ieri”.
Da circa un anno ho ripreso a frequentare il “mondo a parte” della Mail Art in cui frammenti del proprio pensiero si innestano imprevedibili nelle giornate altrui, innescando nuovi invii e nuovi progetti. Forse il rispolverare questa pratica un po’ anarchica e “obsoleta” smuove in me una riflessione su come possa bastare anche solo un rettangolo di cartoncino per esprimersi all’altro, senza grandi ingombri e pretese e toccare con mano un dialogo in viaggio su cm 10,5 x 14,5 di condivisione.
Sono stata invitata ad esporre all’Open Space per la mia decennale pratica di “ripiegamento cromatico” di pubblicità e imballaggi in improbabili marchingegni-rebus, ma in un momento in cui si toglie ogni giorno respiro vitale alla Cultura e al rispetto dell’Uomo, non mi è riuscito restare estranea al momento contingente e all’idea di un viaggio “con le mani in tasca strette a pugno”.
Non riesco a cancellare l’immagine di quanti, vivendo un momento drammatico e cruento a poca distanza dalle nostre coste, guardano all’Italia come a una zattera di salvezza verso la libertà, quella stessa che, seppur con ben altre tinte, meno fosche e mortali, noi sentiamo inscatolata e gettata sullo scaffale di un ipertrofico mercato d’anime. Siamo sempre più solo soggetti-target di consumo e questa maldestra zattera Italia strattonata in mezzo al Mediterraneo ha perso la bussola e sta sfaldando il suo spessore culturale in parco giochi per pochi.
I profughi che premono con la loro urgenza vitale, connessi a noi dalla sola pelle tratta in salvo, ci insegnano forse a premere il tasto reset e connetterci al corpo nudo di una Storia che rischia di finire in polvere spazzata sotto tappeti che non volano più, né nelle favole per nuove generazioni, né nell’aria viziata da gadgets che puntellano identità rese inconsistenti da un superfluo invasivo.
Alle pareti sacchetti di plastica, cartoline deturpate e pagine di storie sospese, immagini campionate in “pixel digitali” compressi in cattiva ricezione da switch off dell’Italia, deviate e distorte come una Storia mistificata e narrata ad uso e consumo di chi “manipola manopole in monopoli” falsando l’autenticità a suon di perline colorate e specchietti rilucenti.
Storie e Scorie, perchè pari suono?                                
raffaella formenti - febbraio 2011




-DISPARITA- la nuova AGENDA per arrivare leggeri alla fine del mese

l'agenda con solo i giorni dispari permette a chiunque di arrivare più
agevolmente a fine mese senza tirare la cinghia... e dimostra la teoria
della cerchiatura del quadrato. qui è un po' in piccolo...
è la versione tascabile, per avere meno bile da mettere in tasca.

sabato 24 gennaio 2009

2008 about WIKI SCRAPS





Fino ad ora nel mio lavoro uno degli elementi concettuali reiteranti è il sottolineare come non abbia più respiro possibile un gesto, un evento, una ricerca, senza il "supporto sponsor", quindi, e non solo metaforicamente, nelle mie concrezioni è la pubblicità che regge la ricerca.
Ora in questo ultimo lavoro sottolineo come sia la pubblicità stessa che crea l'evento per autopromozione.
Ho abolito il supporto e la dicotomia tra pittura e supporto che analizzavo fin dai tempi dei fogli con la pittura solo appuntata in modo transitorio ad un supporto "espositivo", i tempi in cui mettevo in vendita una parte del foglio su cui dipingevo, come spazio per eventuale pubblicità a pagamento (sempre i primi pastelli, costituiti da una rete di segni, informazioni emotive anzichè pubblicitarie, ma pur sempre frames).
Ora costruisco stralci di messa in rete delle informazioni che divengono pittura tridimensionale senza supporti. E senza spazi appositi per gli sponsor.


Tutto il lavoro esiste solo perchè esiste la comunicAZIONE pubblicitARIA. Non è più dissociabile in due momenti distinti: il supporto (la pubblicità) che regge il fare (il momento di ricerca).



Nella serie "Rumori visivi" del 2002 c'era il concetto "più la gente consuma e più fa girare l'economia, più l'artista trova elementi di supporto al suo fare" (sempre non solo metaforicamente...nel mio caso!). Sempre presente come riferimento è il ruolo primigenio dell’artista sciamano tribale, esonerato dall’andare a caccia grazie ai suoi disegni forieri di buona sorte per l’intera tribù, che per essi (i disegni...) lo nutriva (essa tribù..).
In “Rumori visivi” usavo il centinaio di scatole gialle trovate fuori da un negozio della Mandarina Duck e le farcivo e sventravo di elementi pittorici in 3D. Più gli altri svuotano scatole, più io ne ho per rifocillare il mio lavoro...
Anche nella serie “Deriva” il lavoro si autoreggeva senza supporti atti ad essere tali, come in molte concrezioni lungo tutto il mio iter (es: TuWWWuoi del 2002, senza una scatola supporto, unicamente costruito di materiale pubblicitario). Ma c'era sempre un elemento aggregante a consolidamento formale della concrezione.



Ora c'è la perdita di forma e la sottomissione alla legge di gravità: se tutto è retto dalla pubblicità, se non esiste evento senza comunicazione, la forma e il senso costruttivo dei contenuti della comunicazione crollano sotto il peso stesso della pubblicità... oltre un certo quantitativo non se ne regge! (si cercano gli sponsor per reggere la pubblicazione di una rivista o nasce la rivista per dare un supporto alla diffusione pubblicitaria?)





E qui intervengono i chiodi. Un anno (’95 credo) feci una piccola performance fotografica: andavo a casa di amici, appendevo ad angolo un mio pezzo piantando un chiodo, fotografavo l'angolo tra le pareti (solitamente non considerato come luogo di esposizione) e poi mi portavo via il pezzo lasciando solo la traccia dell'evento rappresentata dal chiodo, che con la sua sola presenza apriva le due pareti verso una terza parete mentale, interiore a chi avesse assistito all'evento.
Ora in questa serie degli Scraps il chiodo acquisisce nuovamente significato, non dissimile ma contiguo a quello della performance. Il chiodo rappresenta un punto di scelta nella lettura dell'oggetto, in se stesso informe. Un intervento di memoria formale individuale di chi maneggia la "rete", lo stralcio di "info on web". A seconda della propria acquisizione culturale del concetto di estetica si cercherà di disporre il “corpo molle del conoscere” nello spazio e farne un uso "rassicurante" dandogli una parvenza formale stabile secondo il proprio gusto.

raffaella formenti 2008

sabato 27 dicembre 2008

2005 - MASCHERA + TEATRO...






Il teatro è il luogo della messa in scena delle parole che trasformano e reinventano il reale. Dagli antichi affabulatori di strada ai più raffinati monologhi contemporanei, con la parola sono stati inventati luoghi e personaggi virtuali realmente protagonisti di una vita nello spazio temporale e fisico di una rappresentazione.
La maschera, presente con differenti significati trasversalmente in ogni cultura e in ogni epoca, nel teatro contemporaneo è rapprentazione virtuale simboleggiata da un segno, un gesto, un dire, un elemento di scena che permetta di calare attore e pubblico nella finzione dei personaggi e dei luoghi di ciò che di volta in volta si va proponendo.
Maschera è una luce, che esalta o nasconde; maschera è un inflessione particolare nel parlato, che dà precisi riferimenti atti a disegnare il personaggio e l’epoca; maschera è l’accentuazione del trucco sul volto, che sottolinea il carattere, o la cancellazione in bianco per il pirandelliano uno nessuno centomila che riveste tutt’ora il ridefinirsi continuo dell’uomo contemporaneo, il quale ha uno strumento in più per mascherarsi e reinventarsi a se stesso: il WEB.
I diari di un tempo sono usciti dai cassetti e ci si racconta in rete ad una platea di ombre senza contorni, e la parola delinea i tratti della propria maschera, scelta e costruita a propria reinvenzione, per vite parallele in un caleidoscopico gioco alla Pessoa. Raccontarsi differenti da sé in CHAT o in un BLOG, per un evasione dal proprio volto quotidiano: il WEB è il nuovo palcoscenico virtuale in cui ognuno “si” recita reinventandosi.

Nel mio lavoro indago con l’atteggiamento dello strappo, l’appropriazione indebita di frammenti di ciò che vedo e tocco, nei luoghi della comunicazione e delle parole, ricostruendo concrezioni e improbabili marchingegni che diano un rivestimento tangibile seppur immaginario al mondo tecnologico, con cui l’uomo ha aperto nuove e interessanti vie al comunicare.
.
Un invito a lavorare sull’idea della maschera e il teatro ha creato in me come prima reazione un approccio d’indagine nei motori di ricerca in rete: maschera+teatro, ricerca per immagini.
Solo la parola maschera apre a molte letture: maschere antigas, maschere di bellezza, prodotti per mascherature per l’industria,….
Catturo dalla rete alcune immagini di maschere, e le sottopongo allo strappo del mio file catalizzatore, che le “maschera” nell’affastellamento di un surplus d’informazione.




Maschera+Teatro, estraggo informazioni dalla rete e ne faccio intreccio di ombre non approfondibili per eccesso di imput. Il tutto diviene intreccio di cromìe in cui s’intravede, dietro la maschera allettante del colore, solo la superficie di un tema vasto e multiforme.




Ma la mia idea di maschera da sempre è la parola, con la quale ci mostriamo o celiamo agli altri, costruendo il nostro esserci sul palcoscenico quotidiano. E la comunicazione virtuale è la nuova maschera contemporanea per reiventarsi e recitarsi nei differenti ruoli. L’opera "BLOG" nasce un po' da questa riflessione sull’ effetto CHAT e sulla moda dei BLOG, i luoghi del raccontarsi virtuale che permettono di mascherarsi di parole.





Mi sono immaginata un BLOG dandogli una forma, come una nebulizzata di colore sull’uomo invisibile che ne faccia percepire la presenza.
In mostra ci sarà questo duplice aspetto dell’idea di maschera: la maschera come superficie della conoscenza celata, nelle immagini STAMPixel che proporrò in monitor e a parete, e la reivenzione in concrezioni cartacee tridimensionali dell’atto dell’uomo del mascherarsi in virtuali coordinate di sé e nella ridondanza di parole.



ARTEATRO - 2005
Livorno, Teatro delle Commedie


about STAMPixel vedi anche
http://raffaella-formenti.blogspot.com/2011/04/strappi-monitor-2005.html

venerdì 26 dicembre 2008

1999 - Telefonata in codice di ascolto

idea appena lambita in occasione di una mostra in Germania.
(Galleria Rottloff, Karlsruhe - 1999)

" una telefonata in codice di ascolto" .
I cellulari imperversano e ci ritroviamo nostro malgrado a catturare frasi, chiacchiere, parole, confidenze, imprecazioni....senza poter ascoltare entrambe gli interlocutori. Strappiamo parole sospese, e con la fantasia ricostruiamo le frasi di risposta.
Dalle parole prima e dopo il silenzio d'ascolto cerchiamo d'intuire a modo nostro l'intrecciarsi dell'evento.
> dove vado a parare? Mi arrampico sui muri! Infatti in quella mostra ho disseminato concrezioni ( i miei oggetti inglobanti in cui finisce incollato un po' di ogni con risoluzione formale di volta in volta diversa) dando ad ognuno come titolo la frase di una conversazione telefonica e sottolineando nell'allegato che distribuivo che "L'UNICO TITOLO DI OGNI OPERA E' QUELLO SCRITTO TRA LE RIGHE DEL PROPRIO ASCOLTO" in quanto ritengo che queste mie concrezioni siano da ascoltare con lo stesso orecchio indiscreto con cui ci si sbizzarrisce a completare le telefonate altrui casualmente "rubate".

> lavori in carta ed “ossa” esposti, ma con l’attenzione spostata al problema del titolo, casella informativa ? delimitante ? sviante ? didattica ? amena? filosofica? citante?enumerante?…..E le mille tracce attorno a cui si sono mossi gli artisti nel denominare i loro “pargoli”( qualcuno ha mai analizzato correnti e mode nell’apporre i titoli?
La mia prima mostra era di “pastelli”: serie “farina di grano tenero 00”.
Ad ogni pastello corrispondeva uno stralcio tratto da una scatola di biscotti che enumerava gli ingredienti, le dosi, e la conservazione. (indirettamente c’entravano già le scatole…).
Ero contraria a dare motivazioni, enumerazioni, o riferimenti di qualsiasi genere titolando i frammenti di colore, e così seguendo il detto”siamo ciò che mangiamo” avevo scelto di enumerare gli ingredienti dei miei alimenti. Chiusa parentesi.

Ora potrei dire di ispirarmi, tra virgolette, a qualcosa del tipo “siamo i bla-bla che non ascoltiamo” perché il nostro pensiero individuale trova respiro e concrezione nelle pause d’ascolto, ma soprattutto nelle pause dall’ascolto, quando allontanandoci dalle “interferenze” altrui concrezioniamo il nostro sentire.
Le mie concrezioni le offro all’ascolto, ma lascio che altri immaginino le frasi non dette della mia “telefonata” cartacea.

Questa è la telefonata che scorreva sulle pareti della Galleria Rottloff……..
<……………………………………………………………………………………………………………….. >

"per una volta che mi dimentico...!"
“The one time I forget...”<……………………………………………………………………………………………………………….. >

"sono arrivato solo ieri...
“I just arrived yesterday.”
<………………………………………………………………………………………………………………………………………………………>

"sì, non avevo più carica per chiamarti"
“Yes, I didn't have any more change to call you.”
<……………………………………………………………………………………………………………….. ……………………… >

"il tuo Caipost è arrivato,ma.....
“Yes, your Caipost arrived, but…”<……………………………………………………………………………………………………………….. ……………………………… >

"no, tra la posta non c'era"……
“No, it wasn't in the mail there.
<……………………………………………………………………………………………………………….. …………………………………… >

"E il mio messaggio?" ………
“And my message?”
<……………………………………………………………………………………………………………….. ………………………………>

"Ho trovato ancora la segreteria telefonica..."
“I got the answering machine again.”
<……………………………………………………………………………………………………………….. ……………………………………… >

"Lascia perdere, non è il momento....
“Forget it, it's neither the time nor the place”<……………………………………………………………………………………………………………….. ………………………………>

"Non c'è mai tempo per questo..."
“ There's never time for this…”
<……………………………………………………………………………………………………………….. …………………………………>

"Sì, vedo di portarti le bozze del progetto" ……
“Yes, I'll see about bringing you the drafts of the project”
<……………………………………………………………………………………………………………….. >

"Ok, ne parleremo, ma non ora".......
“Okay, we'll talk about it, but not now.”
<……………………………………………………………………..…………………………………………………………………….……………………………………………………………………..


(avevo preparato anche degli stampati per raccogliere le telefonate d’invenzione dei presenti. Poi per problemi di lingua…il gioco si è arenato! Per questo è un qualcosa in sospeso che potrò riprendere, continuare, ampliarsi, o resterà un gioco mancato)



1999 - comunicare a frammenti

Comunicare a frammenti incompleti ricomponibili in un continuo ribaltamento di significati: non dovrebbe esistere titolo, data, lato di lettura.
La manipolazione dell’oggetto continua con la ricollocazione e i contagi di vicinanza.

Frammenti di un puzzle senza coordinate, di cui non esista l’immagine di riferimento per una conclusione univoca.
Concrezioni casuali di magma cartaceo dai cui stessi frammenti nasca un sottile filo di riordino in lettura temporanea e soggettiva. La data possibile potrebbe riguardare il momento in cui dviene necessario un titolo a causa di uno sguardo esterno, non il momento della costruzione dell’oggetto, che verrebbe così bloccato nel suo ricostituirsi, agglomerarsi, inglobarsi.
L’oggetto deve poter restare il più a lungo frammento di nuvola cartacea in cui specchiare pensieri non suggestionati da una forma conchiusa in sé.
Titolo e data sono confezioni che imballano, inscatolano, imbalsamano sugli scaffali dell’archiviabile.
Forse un numero.
Anche se sembra essere il deteriorante massimo dell’archiviare, non dà appigli e suggestioni di inquinamento-contagio allo sguardo.

OK. LA DATA RIGUARDA IL TITOLO,
PERCHE’ IL TITOLO RIGUARDA IL PUNTO DI SGUARDO TRANSITANTE NEL MOMENTO IN CUI SI POSA SULL’OGGETTO PER ESPERIRLO. E STOP.
Essendo concrezioni casuali, “CAOS-USUALI”, anche il NOMARLE ( NOMADE-NOMADURA - NOMATURA - NORMATURA) subisce i dati casuali del momento soggettivo.

Ciò che chiamavo “calendario tattile” oggi non avrebbe più lo stesso titolo.
Le stesse suggestioni che mi hanno condotto a NOMARLO così, a NORMARLO per la prima esposizione allo sguardo, oggi non mi appartengono e il mio sguardo di ora lo chiama
CRUCI-SILLABARIO o altrimenti
PROPELLENTE PER FAVOLE, o altrimenti
RIMOZIONE FORZATA, o altrimenti
ALTRIMENTI DETTO.


Sì, forse “Altrimenti detto” è un buon TITOLO, una buona scatola non sigillante in una forma conchiusa.

Le tessere del paesaggio infinito (cinese?) mi hanno sempre affascinato: una linea di terra continua che rende ricomponibile l’immagine in ogni possibile soluzione sempre inconfutabilmente valida.

NOMADE
NO MADE
Non fatto
non concluso

Non
NOMABILE
Non
NORMABILE
Non FORMABILE
ORMABILE traccia
ORABILE racconto
OTABILE ascolto
ITABILE percorso
IATABILE

incontro
senza esclusione