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mercoledì 7 maggio 2025

2013 Perché gli U-BOOK

Note a margine del fare con cui elaboro gli U-BOOK

Scalzo la narrazione dalla pagina e ne trasformo il racconto in raccolto cromatico impacchettato per il viaggio verso un ipotetico codice binario che ne trasformi i contenuti in dati archiviabili in cloud, in quegli spazi altrove di un pieno senza materia e vuoti d’ingombri. Memoria senza sguardi memori. Sfido chiunque a ricordarsi il contenuto del proprio archivio virtuale.

Per una biblioteca basta una carezza di sguardo che percorra i dorsi, e i libri prendono la consistenza mentale del viaggio compiuto al loro interno, o restano biglietti ferroviari, lasciati scadere o decantare, verso interessi resi già lontani dal procedere a valanga di un tempo consumato in esuberi di parole, sbiancate color pagina fino a disparire in quantità senza attenzioni.

I racconti perdono senso in piccoli pixel di colore liberati dei contorni assegnati e resi campionature, pur senza schedario e numeri con cui sia possibile renderle nuovamente riconducibili ad un’uguale struttura narrativa. Quando la traduzione tradisce ancora una volta i codici e lascia la pagina ad una recita a soggetto. raffo 2013



4 ottobre 2013 -  
Scortico il terzo libro di un'uguale stampa, e ciò mi apre gli occhi su ciò che cerco. L’attimo mai sovrapponibile a se stesso perché si differenza nell’azione.

Un po’ come l’atteggiamento che stava alla base dei 150 pastelli, nel 1991.

Gesti uguali con strumenti e spazi uguali con cui lasciar affiorare diversità emozionali e spaziali del momento in cui si delineano, pur nella ripetizione.

Ora affronto la stessa immagine all’interno della quale libero il colore da una forma riconoscibile per lasciarlo fluttuare. Pur scavando nella stessa immagine, pagine simili non sono più sovrapponibili.

Già il primo colpo di cutter determina una scrittura differente della pagina.
Se inizio incidendo un giallo, tutti i gesti successivi sono tesi a ritrovare un equilibrio di pesi cromatici e spaziali che non necessariamente vengono a riproporre gli stessi pesi/cromie smossi da quella prima incisione, su di un rosso o sull’eliminazione categorica del rosa...

I luoghi delle cromie sono fissi, in quanto il disegno è quello, ma le variazioni vengono sia nella dimensione del tassello preservato, sia nel gesto, sia dal come la pellicola di carta si sbreccia dal fondo, da come è stata applicata la colla di stratificazione sulla pagina... A volte il foglio si stacca senza arresto fino a bordo pagina, e correrebbe anche oltre il margine se ancora avesse spazio. Altre volte oppone decisa resistenza e mi ritrovo a incidere il bianco sottostante con una sorta di semolato dal ritmo quasi barocco e decorativo, che fa vibrare la superficie, modulabile a seconda di come procedo sulla pagina, in modo regolare o intervenendo invece qua e là in modo più caotico, o di come incido falsi riquadri le cui cromie poi non ho trattenuto e restano bianco su bianco, o intagliate nel grigio sottostante. raffo




martedì 10 gennaio 2012

2008 - Auszug aus dem Paradies.


raffo for  “European Mirabel Company” in Kleinsassen

Auszug aus dem Paradies.                        
La “Cacciata dal Paradiso” è la babele terrestre, la Babele Mediatica.
E’ la fuoriuscita dalla cornice e dalla tela, luoghi appartenuti a tutti coloro che si interrogano sul “vedere”, e che davano loro identità sociale riconoscibile...

Noi avevamo Mirabel come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e di discussione.
La Pittura aveva la tela come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e discussione.

Ma da tempo il “luogo sacro” è esploso e il concetto di Arte ha inglobato l’intero senso del vivere e del comunicare. Gli artisti indagano il proprio frammento di universo e non ha più senso cercare un linguaggio comune, ma solo l’autenticità di espressione, l’urgenza del dire: spaesati si guarda al proprio e all’altrui sentire in cerca di un’identità comune, per accorgersi che il vero valore è ora la pluralità e la differenza poste a confronto.

Il mio Paradiso Perduto è la “dannazione-libertà” di un viaggio continuo e senza risposte certe, tra le dimenticanze di un vivere senza pause d’ascolto.
Lavoro sul linguaggio disperso, preso a calci come una vecchia scatola vuota, rannicchiato agli angoli della metropoli come un senzatetto invisibile. Strappo alla città le sue apparenze di gaio colore, gli accattivanti imballaggi del consumo, messaggi, segnali, pubblicità, storie di inutile accumulo.
E ad ogni nuova mostra prendo spunto dal luogo fisico in cui mi trovo o dal dialogare con gli altri artisti, per ricostruirne un frammento attraverso concrezioni, installazioni, torri informatiche, cariche di tutti i linguaggi della Babele dell’Arte, e prive di risposte univoche.  Il mio lavoro diviene il luogo stesso di “cacciata” da ogni paradiso protetto, un viaggio solitario e allo stesso tempo comune a chi ama perdersi per ritrovarsi.

Non c’è una mèta precisa in questa deriva d’incontro e lontananza. Ognuno si permea del proprio credo artistico, e quando le traiettorie s’incontrano nuovamente ci si pone in ascolto degli altri linguaggi e del loro grido di “Abbandonati al Fluire” senza le sponde protettive della “cornice-paradiso”, il luogo magico “preposto e identificante” in cui l’Artista nel tempo si è cercato lasciandovi tracce della sua visione del vivere.    raffo - 2008

martedì 17 marzo 2009

2008 - INPUT INPUT

Nel mio lavoro indago nei luoghi della comunicazione e delle parole con lo strappo e l’appropriazione di frammenti di ciò che vedo e tocco, ricostruendo concrezioni e improbabili marchingegni che diano un rivestimento tangibile, seppur immaginario, al mondo tecnologico con cui l’uomo ha aperto nuove e interessanti vie al comunicare.
...
Tracimando imput ogni rete s’irride di chi navighi privo di mèta.
Esaltanti cromìe catturano al clic tra banner di offerte lunari.
Tutto subito e ancora più gratis.
Sottocosto.
Sottocosta bordeggio sensi unici come vicoli ciechi.
Parole.
Lettere senza buca.
Buchi luogo d’arrivo. Bachi. Fosse baci. Ciliegie.
Un clic via l’altro e parole in connessione si palleggiano il tempo attorcigliando la curiosità al dito inquieto.
La foresta si fa bivi. Di finestra in schermata svanisce l’ora.
Sfioro tasti di tunnel contigui fino a gonfiarmi di rumorose noie.
Inciampo e sbarco tra cantieri di provvisorio.
L’annuncio mente e la botola si chiude in altre aperture.
Muri virtuali come reti di cantiere accennano luoghi invalicabili.
Il nuovo sorge e trasforma ogni baratro in torri e ring direzionando i passi in giro. Di vite.
Ho vinto la spesa. Di tempo e pensieri. Di attesa. Che ogni fame si faccia virtuale. raffo 2008

Dal catalogo " Nuove Sinestesie" - 2008

sabato 24 gennaio 2009

2008 about WIKI SCRAPS





Fino ad ora nel mio lavoro uno degli elementi concettuali reiteranti è il sottolineare come non abbia più respiro possibile un gesto, un evento, una ricerca, senza il "supporto sponsor", quindi, e non solo metaforicamente, nelle mie concrezioni è la pubblicità che regge la ricerca.
Ora in questo ultimo lavoro sottolineo come sia la pubblicità stessa che crea l'evento per autopromozione.
Ho abolito il supporto e la dicotomia tra pittura e supporto che analizzavo fin dai tempi dei fogli con la pittura solo appuntata in modo transitorio ad un supporto "espositivo", i tempi in cui mettevo in vendita una parte del foglio su cui dipingevo, come spazio per eventuale pubblicità a pagamento (sempre i primi pastelli, costituiti da una rete di segni, informazioni emotive anzichè pubblicitarie, ma pur sempre frames).
Ora costruisco stralci di messa in rete delle informazioni che divengono pittura tridimensionale senza supporti. E senza spazi appositi per gli sponsor.


Tutto il lavoro esiste solo perchè esiste la comunicAZIONE pubblicitARIA. Non è più dissociabile in due momenti distinti: il supporto (la pubblicità) che regge il fare (il momento di ricerca).



Nella serie "Rumori visivi" del 2002 c'era il concetto "più la gente consuma e più fa girare l'economia, più l'artista trova elementi di supporto al suo fare" (sempre non solo metaforicamente...nel mio caso!). Sempre presente come riferimento è il ruolo primigenio dell’artista sciamano tribale, esonerato dall’andare a caccia grazie ai suoi disegni forieri di buona sorte per l’intera tribù, che per essi (i disegni...) lo nutriva (essa tribù..).
In “Rumori visivi” usavo il centinaio di scatole gialle trovate fuori da un negozio della Mandarina Duck e le farcivo e sventravo di elementi pittorici in 3D. Più gli altri svuotano scatole, più io ne ho per rifocillare il mio lavoro...
Anche nella serie “Deriva” il lavoro si autoreggeva senza supporti atti ad essere tali, come in molte concrezioni lungo tutto il mio iter (es: TuWWWuoi del 2002, senza una scatola supporto, unicamente costruito di materiale pubblicitario). Ma c'era sempre un elemento aggregante a consolidamento formale della concrezione.



Ora c'è la perdita di forma e la sottomissione alla legge di gravità: se tutto è retto dalla pubblicità, se non esiste evento senza comunicazione, la forma e il senso costruttivo dei contenuti della comunicazione crollano sotto il peso stesso della pubblicità... oltre un certo quantitativo non se ne regge! (si cercano gli sponsor per reggere la pubblicazione di una rivista o nasce la rivista per dare un supporto alla diffusione pubblicitaria?)





E qui intervengono i chiodi. Un anno (’95 credo) feci una piccola performance fotografica: andavo a casa di amici, appendevo ad angolo un mio pezzo piantando un chiodo, fotografavo l'angolo tra le pareti (solitamente non considerato come luogo di esposizione) e poi mi portavo via il pezzo lasciando solo la traccia dell'evento rappresentata dal chiodo, che con la sua sola presenza apriva le due pareti verso una terza parete mentale, interiore a chi avesse assistito all'evento.
Ora in questa serie degli Scraps il chiodo acquisisce nuovamente significato, non dissimile ma contiguo a quello della performance. Il chiodo rappresenta un punto di scelta nella lettura dell'oggetto, in se stesso informe. Un intervento di memoria formale individuale di chi maneggia la "rete", lo stralcio di "info on web". A seconda della propria acquisizione culturale del concetto di estetica si cercherà di disporre il “corpo molle del conoscere” nello spazio e farne un uso "rassicurante" dandogli una parvenza formale stabile secondo il proprio gusto.

raffaella formenti 2008