2013 – Intervista
scritta con Maria Paola Orlandini per il sito Le Buone Culturali
Domande:
La
sua decisione di lavorare nel campo dell’arte: da dove nasce e con
quali motivazioni?
Mi
sento come il pittore preistorico tacitamente delegato/relegato in
grotta dalla tribù a trasporre in segni propiziatori la quotidiana
caccia di sopravvivenza, e sento che dalla buona caccia altrui
dipende il mio nutrimento emotivo e culturale.
Nel
“campo” dell’arte c’è un tempo di aratura, semina e raccolta
ancora più imprevedibile e instabile di quanto non sia quello di un
agricoltore, sottoposto ai capricci climatici che possono vanificare
con gelate o siccità un intero raccolto. Anzi, ancor più, il
raccolto nel campo dell’arte può anche non esserci mai, e per
certo non ci sono indennizzi e sostegni europei...
Non
ostante questo, penso che coltivare il proprio sentire e nutrirsi
d’Arte resti per me indispensabile quanto il respiro. Ci si
confronta e ci si abbevera alle opere e alla Storia dell’Arte,
mentre si cerca una risposta ai propri perché e a quelli insiti nei
linguaggi degli altri artisti, instaurando con loro un dialogo oltre
ogni limite spazio-temporale. E si lavora non per rincorrere il nuovo
ad ogni costo, o la “trovata” che faccia effetto, ma per
“formattarsi” in una personale percezione e sguardo sulle cose.
>
Tempo fa scrissi queste riflessioni in occasione di un dibattito, e
mi piacerebbe riproporle:
”Scrivo due righe, sperando di non correre il rischio di finire
chissà dove, in qualche pozzanghera a girare a vuoto senza trovare
come uscirne e riempiendo l’aria di schizzi inconcludenti, anche se
pur sempre d’artista…Per chi, e soprattutto perché, lavora un
artista? Per esistere a se stesso, innanzi tutto, per scrivere da se
stesso dei confini e prendere in essi forma, senza la quale non c’è
leggibilità e comunicazione con l’altro da sé.
L’artista
s’inventa delle simbologie a parte, un codice suo, una sua musica,
qualcosa che dal suo sentire/riflettere/fare prende forma e inizia a
esistere, in primis ai suoi occhi, e poi agli occhi di chi voglia
ascoltare una nuova lingua o una modulazione delle precedenti con
nuove parole. O
con differenti silenzi.
La
chiamano creazione, a me piace chiamarla alchimia.
Alchimia
è quando una materia diviene altro e perde il nome che le dava
confine, quello con cui la si era definita e ingabbiata in formula.
Davanti a questa nuova “cosa”, deve ri-trovare la parola più
adeguata per dirla, per nomarla, per normarla a regola di lettura.
Ma qualcosa che è totalmente definibile in parole perde in parte
il senso della sua forma ed esperienza visiva, quella attivata con
tanta fatica dal fare creativo che elide e moltiplica la superficie
di ciò che conosciamo per amplificarne il senso.
Spesso a questo
punto, a opera fatta, si toglie all’artista il ruolo di dio-adamo e
lo si confina a costola intercambiabile di un sistema che ha
costruito nel tempo precise gerarchie e normative.
Inizia così
un lavoro di delega quasi in bianco, e a volte senza scampo, del
proprio pensiero in mano ad altre persone che lo traducono al mondo.
Non
me ne voglia quello Studioso e Critico d’arte che rappresenti in
modo saporito e positivo uno dei poli di queste gerarchie, in origine
il polo dei traduttori e traghettatori, ora sempre più travisati in
detentori del Verbo che nomina e dà forma pure all’Artista, che da
creatore diviene spesso solo un girabulloni alla Chaplin,
intercambiabile a piacere come pedina di un altro gioco che non gli
appartiene più, o a cui sceglie di appartenere in questi termini di
“produttore”.
Solo con i giusti interlocutori, l’artista e
l’opera tornano al centro e gli artisti possono esprimere la loro
diretta traduzione, dato che sempre più spesso sanno usare il
verbale oltre al visivo, e anche il pensiero, talvolta almeno... a
volte è meglio non lo facciano. Spero non sia il mio caso.
L’artista
è sempre grato a chi lo supporti e gli dia un luogo in cui prendere
forma, in cui delineare il proprio sentire e la propria visione del
mondo.
Ognuno può avere una storia da narrare, ma perché
questa storia prenda forma per essere narrata e ascoltata da altri
deve contenere un’urgenza in più, qualcosa che ci ossessioni,
qualcosa per cui ti scappi di alzare la mano e prendere la parola
anche se sei il più timido della Terra.
Per
far questo è necessario ci sia il tempo della riflessione e la
democrazia dell’ascolto, che si sia liberi di alzare la mano, e che
esista uno spazio, un teatro, un libro, una galleria, un monitor, un
marciapiede in cui esprimersi, spazi più autentici attraverso cui
incontrare e scambiare Cultura. E
quando dico teatro intendo un luogo amplificante, un luogo e un
supporto in cui avvenga uno scambio. Scambio che sempre più
raramente avviene nel mondo dell’arte, anche nelle Gallerie stesse,
tese più al business del mercato che all’ascolto della Ricerca, la
quale ha un’antica storia da cenerentola marginale, per pochi, o
almeno così era quando l’opera era al centro del dibattito e della
ricerca, e non solo pretesto per salotti o misurazione di potere
sociale.
Ora c’è anche il palcoscenico della Rete, il massimo
apparente di libertà, ma ogni brusio troppo intenso, che divenga
rumore reiterato, tende a spegnere la nostra soglia di attenzione.
“Il troppo stroppia”, diceva una volta la saggezza contadina.
Anche se è corroborante che ci sia una tracimante scelta di
voci, a volte il sussurrato è più dialogante: poter scegliere
individualmente i tempi e i modi della fruizione, senza rincorse e
pressioni, compresi i pop up che ti si aprono mentre stai leggendo
sul monitor, o la pubblicità che sbuca da ogni dove a distoglierci
da una riflessione personale di ciò che i nostri sensi vivono. Vista
la sua eccessiva ingerenza, è proprio quest’ultima che catturo e
ribalto in colore e le faccio dire altro con il mio lavoro.” <
Il
suo lavoro: un piacere personale o anche una responsabilità civile?
Sono
convinta di una cosa: quando si è profondamente e autenticamente
egocentrici, quando si indaga in se stessi come unico frammento di
microcosmo a propria totale disposizione, cartina al tornasole di una
vastità meno facilmente sondabile, quando lo si voglia fare con
autenticità, si è sempre in dialogo costruttivo anche con gli altri
e con la società intorno, e quindi il proprio agire è di per sé
impegno sociale. Sempre, beninteso, che questa indagine non sia un
puro esercizio ombelicale o di mera gratificazione per le proprie
nevrosi, ma un raffrontarsi dialogante tra sé e i linguaggi
artistici, antropologici e culturali di cui siamo sedimentati.
L’Arte
ti traversa senza chiederti il permesso e si appropria del tuo fare,
che tu lo voglia o no, e di solito le cose migliori nascono quando si
perdono per un attimo le griglie di riferimento e il progetto
puramente razionale, e si lascia uno spiraglio a che in esso si
inserisca il caso e il respiro dei luoghi. Questo l’ho sperimentato
proprio poche settimane fa, nell’ultima mostra in cui mi sono
trovata coinvolta. Avevo progettato a tavolino, in base alle foto
dello spazio espositivo, un intervento su di una colonna. Al momento
di montare scopro che lo spazio non era più lo stesso e la colonna
non era disponibile; dopo un tonfo interno da spaesamento e
un’arrabbiatura trattenuta e domata, ho lasciato che tutti i lavori
degli altri artisti venissero posizionati a parete e mi sono messa in
ascolto del luogo e di ciò che mi poteva offrire nella sua nuova
identità. Sono stata male fino all’ultimo, con una tensione, direi
quasi terrore, di non riuscire a far nascere il lavoro. Poi, man mano
che posizionavo il materiale preparato, lasciandomi anche guidare
dallo stesso, l’installazione ha trovato il suo respiro, il suo
equilibrio concettuale, spaziale e, cosa che non guasta mai, anche
cromatico. Venendo dalla pittura non riesco a prescindere da
un’armonia anche pittorica nei miei lavori. Spesso è un di più
rispetto al concetto su cui sto concentrando l’agire, ma penso che
l’armonia espressiva del colore sia anche forza attrattiva per
innescare il dialogo con chi si avvicina alle mie esperienze visuali.
Lo
scultore Nunzio una volta mi ha detto: “Per un artista la
difficoltà non sta tanto nel fare, quanto nel mettersi nelle
condizioni di fare”. Questa affermazione forse è tanto più vera
per una donna. Cosa ne pensa?
Arginare
la quotidianità che frammenta il pensiero e lo vanifica in
reiterazione del già noto, questa è la grande battaglia. Se ogni
giorno c’è solo il tempo di fare quattro bracciate e non le dieci
vasche necessarie, difficile avere il fiato per immergersi dove non
si è ancora stati. Ormai si potrebbe passare dalla culla alla tomba
solo lasciando che la quotidianità spiccia ti riempia ogni momento
della vita, sia essa rappresentata dal piacere degli affetti o da
fastidiose burocrazie, da rituali sociali o impicci di salute. Resta
ancora e sempre basilare la famosa “stanza per sé”, di cui
parlava Virginia Wolf. Una porta, fisica o mentale, invalicabile per
gli altri, compresi i sensi di colpa. Sicuramente la disponibilità
del tempo femminile al servizio degli altri, su cui ancora regge
l’equilibrio sempre più deteriorato della società italiana,
rappresenta una delle sabbie mobili in cui si rischia di restare
inghiottite, insieme al fardello più o meno cospicuo di sensi di
colpa, di cui si viene rifornite fin da piccole, se per caso ci si
discosta dal ruolo di cura all inclusive,
comprensivo del supporto agli obiettivi altrui calpestando i nostri:
quello che io chiamo”smarrirsi per accompagnare gli amici a casa”.
Anche da ragazzi si faceva, ci si accompagnava più volte a vicenda,
poi era sempre il più gregario dei due a rientrare a casa da solo...
Oltre
agli ostacoli personali, ci sono altre barriere da superare? La
burocrazia? La mancanza di fondi? La diffidenza dei galleristi?
Qualche esempio
Il
miglior esempio è il mio starmene fuori dalle caselle della
tombolata: mi ci vuole talmente tanta energia per seguire le
procedure dettate dal gioco, e lo avverto ormai così sfalsato
rispetto ai significati quasi alchemici che attribuisco all’Arte,
che tendo a star seduta sulla riva del fiume. Forse per la recidiva
ingenuità che sia la qualità a trovare e segnare la strada, senza
che io ci investa il fiato che non ho. Ho la testa tutt’uno con le
emozioni e, purtroppo o per fortuna, ho dimenticato di erigere
compartimenti stagni per isolare spazi dediti a burocrazie, giochi di
ruolo, strategie... Di sicuro il mio carattere non mi agevola ed è
il mio ostacolo principale. Ho intrapreso gli studi a Brera a
trent’anni, prima lavoravo e dipingevo da autodidatta, ma mi urgeva
nutrirmi di altro. Avevo già due figlie, così quando ancora mi
sentivo dire dai galleristi la solita tiritera:”Poi voi donne
lasciate e mettete su famiglia...”, io rispondevo:”Già fatto, e
ormai sono autonome”. Non è mai vero del tutto, anzi, sono io la
prima non totalmente autonoma dagli affetti... ma credo non lo siano
nemmeno gli uomini artisti, anzi!... Con la differenza però che nel
loro caso sono gli affetti e i galleristi a piegarsi ai loro tempi ed
umori...
Ha
mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?
Lo
penso ad ogni risveglio, se devo esser sincera. E ancor più quando
il cane del vicino inizia a guaire alle sei di mattino. Essendo io
una nottambula, riesco a riappacificarmi con la vita e con me stessa
solo verso sera, e il mattino dopo ricomincio daccapo a dovermi
convincere che vale il viaggio questa ossessione che mi accompagna da
sempre, questo moltiplicare la superficie del reale con altre
riflessioni e pieghe imperscrutabili, anche se apparentemente
giocose. Cessare di indagare linguaggi e materiali è cessare di
respirare. Coinciderebbe. Ho sperimentato in varie occasioni alcune
sgradevoli crisi di “astinenza”, in cui coinvolgo sotto la nuvola
nera anche chi mi vive accanto. Impossibile smettere, posso ridurre
la dose di progetti attuati, ma qualche piega al giorno, qualche
scarabocchio, qualche scatto fotografico non posso evitarmeli. Ho la
fortuna di giocare su più registri espressivi, e quando non ho lassi
temporali abbastanza vasti che mi permettano di nuotare al largo in
acque sconosciute, bordeggio ripercorrendo con nuovi interrogativi
ciò che mi capita a portata di mano.
Si
possono rinvenire degli elementi comuni tra le vicende delle donne
impegnate nel campo artistico? O ciascuna costituisce un caso a sé,
un’individualità, come è caratteristico oggi, di tutta l’arte
contemporanea, non più organizzata per correnti o movimenti?
Ho
sempre avvertito un triplo muro da sfondare, un triplo esame da
superare, una tripla sfida da reggere, ma credo che sia così in
tutte le professioni. E come in tutte le professioni, é divenuta
necessaria una specificità tale nell’approfondimento del proprio
linguaggio, che è quasi naturale divenire monadi solitarie,
concentrate sul proprio chiodo fisso.
Movimenti
e correnti hanno perso motivazione d’esserci (se non per forzare
con un grimaldello da banda il Mercato, usando la formula “l’unione
fa la forza” e fa più rumore...), e tentare d’ingabbiare i
percorsi in sottogruppi affini è agire con un ottuso bisogno di
incasellare, perdendo l’intrigarsi nella scoperta delle singole
specificità di ricerca. Sicuramente ogni artista donna ha avvertito
sulla propria pelle la difficoltà dello “specchiarsi” nella
Storia dell’Arte, nelle cui pagine ha presenza ancor meno che
marginale. Questo può mettere a dura prova il proprio equilibrio e
il sentirsi in diritto di essere parte in causa. Ci sono ancora
artisti che sostengono che l’Arte è la sublimazione della loro
“impotenza a partorire”, e che quindi è impossibile che la donna
ne sappia percorrere appieno la ricerca, in quanto già preposta a
generare vita. Io ho due figlie, e questo non mi ha precluso di
vivere intensamente quei meravigliosi trip euforici d’estasi
creatrice di cui “loro” narrano, (magari tra una modella e
l’altra), quando sei tu stessa la prima a stupirti di ciò che sta
nascendoti tra le mani, davanti ai tuoi occhi, al di là di ogni
progetto, di ogni volontà e di ogni apprendimento tecnico: quando
scatta quel quid
imponderabile che ti fa sentire la vibrazione dell’autonomia
dell’Arte rispetto a ciò che sei tu, nella tua finitezza di
persona.
Pensa
che ci sia una qualche specificità, una qualche “innata”
vocazione di genere, che le donne esprimono nella fase di ideazione e
di produzione artistica?
Sono
stata sempre refrattaria e quasi allergica alla lettura di genere, ed
è forse come stare ancora a disquisire sul sesso degli angeli.
L’Arte travalica, quando è autentica contiene in sé il maschile e
il femminile. Quello che purtroppo resta chiaro è che se è un uomo
a ricamare una lacrima sul viso di una diva è un Artista, se lo fa
una donna... Se è un uomo a piegare i Topolino è un Artista, se lo
fa una donna.... Anni fa, molto prima delle lacrime da diva del
Famoso pupillo di Prada, c’era un’artista, anch’essa bresciana,
che ricamava a punto croce membri maschili. Era un’operazione molto
forte e coerente con le sue precedenti ricerche, ma una donna che
ricama appare quasi banale... può anche urlare il suo spessore
culturale che tanto non otterrà la stessa attenzione data qualche
anno dopo al ricamo al maschile.
Esiste
tra le donne una più marcata competizione?
Probabilmente
sì, ma come in tutti gli ambiti suppongo, dovendo, in quanto donne,
raddoppiare gli spintoni per adeguarsi a competere secondo i canoni
in voga, ma solo perché ancora non si è riusciti a rafforzare una
diversa modalità e un’altra scala di valori.
Questo
sgomitare avviene quando il fine competitivo sono le luci della
ribalta, forse avviene meno quando è la ricerca al centro del
proprio misurarsi, anzitutto con se stessi. Sono così idealista che
credo ancora che l’Arte sia un percorso di conoscenza e non una
battaglia per chi arriva primo. Primo rispetto a cosa, primo rispetto
a chi? E ormai anche primo dove, su questo globo con sempre nuove
chiese inventate ad hoc:
gli artisti divengono loro stessi merce da scaffale, in attesa del
tocco magico di un critico, di un mercante, di galleristi global...
manca solo la quotazione in Borsa... O l’estrazione al lotto:
giocare sulla ruota di Shanghai o su quella di Dubai?... Per me ha
ancora senso avere stima e spazi di sostegno e confronto con poche
persone che credano nella mia autenticità, ma anche questo è un
terno al lotto...
Abbiamo
lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto
provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme
alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa
ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi
e convenzionalità?
Ho
incontrato sul mio cammino solo poco tempo fa un gruppo di filosofe
le cui riflessioni credo valgano la nostra attenzione. Tra queste
campeggia Annarosa Buttarelli, docente di Filosofia a Verona, che ha
appena dato alle stampe “Sovrane”, in cui riflette su quali
possano essere le peculiarità positive del regnare al femminile, a
cui guardare per uscire dall’impasse
attuale della politica e della poca considerazione data all’Arte e
alla Cultura. Buttarelli è anche una degli intellettuali “colpevoli”
di aver dato il via anni fa all’ormai famoso Festival della
Letteratura di Mantova, e l’ideatrice, insieme ad un amico artista,
Lucio Pozzi, di una serie di brevi atti unici d’arte, gli Eventi
MAT/tam, eventi che durano esattamente due ore, ogni volta in luoghi
diversi e non necessariamente preposti all’arte, e in cui l’artista
invitato si pone in dialogo con i presenti che gli rendono visita e a
cui presenta se stesso e la propria ricerca. Mi sono trovata
coinvolta in prima persona ed è stato molto diverso da ciò che si
prova quando si inaugura una Personale: lo ricordo come un
concentrato d’incontro umano e di reciproca curiosità, di volontà
di dialogo, pur se in assenza totale di buffet e vini... punto
aggregante e spesso unico motivo di frequentazione delle Vernici!
Io non sono mai stata frequentatrice di luoghi per sole adepte. Credo
sia più autentico il confronto vis à vis
con tutte le peculiarità dei generi in campo che, a ben vedere, non
sono solo due. Credo che, anziché un nuovo iter fondativo, possa
essere interessante sondare i percorsi carsici nascosti qua e là
nelle singole realtà cittadine, come le riflessioni ormai decennali
del gruppo Diotima, di cui ho letto di recente “Il pensiero
dell’esperienza”, che riunisce le testimonianze di diverse
intellettuali, italiane e non.
Una
proposta concreta per mettere al primo posto della coscienza e
dell’agenda politica del paese la cultura.
Non
ho soluzioni… Non saprei… Anche fosse solo lo smettere di pensare
che si debba abbassare ciò che è elevato e faticoso da raggiungere,
che solo trasformando i musei e le città in parco d’intrattenimenti
si possa arrivare al pubblico. Piuttosto far sì che i Musei
divengano una chiesa laica attiva nel quotidiano della gente, un
luogo aggregante in cui vivere la propria città, ormai svuotata
dalla frequentazione assidua di ben altra chiesa, il Sacro Centro
Comerciale e le sue cappelle con sfavillanti attrattive di consumo. I
musei troppo sterilizzati o sviliti in farsa non pulsano futuro e
nuove riflessioni. Se almeno i residenti avessero un più agevolato
uso delle strutture della propria città, sarebbe già lievito di
contaminazione in più e partendo dal territorio e non da carte,
timbri e direttive.
Mi
ha colpito (non so se sia ancora così, ma fino a qualche anno fa lo
era) constatare che in Austria viene dato l’accesso gratuito ai
musei e ai teatri ai meno abbienti, considerando la Cultura
importante nutrimento quanto il pane. Forse sarebbero completamente
da ribaltare i riferimenti con cui si calcola il PIL, e sarebbe il
momento di rimettere al centro il benessere dell’Uomo non solo
nella sua accezione materiale e consumistica. Anche se la vedo
complessa... Siamo in un Paese in cui si cancella l’insegnamento
della Musica e della Storia dell’Arte nelle scuole, anziché farne
il perno, considerando l’unicità mondiale del nostro patrimonio
culturale. Arte e Musica sono ancora ritenuti solo una perdita di
tempo...o alla peggio uno status symbol da esibire... Mi sento
chiedere: ok, sei artista, ma che lavoro fai? In Italia ci sentiamo
tutti artisti, guai ad avere la presunzione di voler vivere
respirando l’Arte nascosta ovunque, nutrirsene con gusto e non con
noia. E tanto meno come giostra per comitive annoiate, com’è
avvenuto a suon di Impressionisti a Brescia. Avevo i pullman fin
sotto casa, ma una volta sbaraccato il “circo Goldin”, la città
si è trovata solo con le Casse totalmente spazzolate... Credo
comunque che sia il tempo anche della navigazione virtuale, e in essa
chi veramente vuole può trovare input mirati per costruirsi un
cammino di conoscenza, un tempo inimmaginabili. Forse abbiamo perso
il “privilegio del contadino” che, passando una vita su di un
fazzoletto circoscritto di quotidianità rituali, poteva alla fine
dei suoi giorni dedurre sagge certezze dalle sue esperienze, ma alle
certezze l’artista rinuncia già a priori, come al pensare che le
soluzioni, ammesso che ci siano, vengano dalle Stanze dei Bottoni.