sabato 9 gennaio 2021

2014 - L'ABITO di BIT

L’abito  di  BIT

Abito il mio abito imbastito in foto e scritti

mi spendo senza corpo in Rete per tratteggiarmi idea.

Piantumo in link i miei chiodi fissi che galleggiano in un tempo senza luogo e data

E tutto è in App e nuvole senza fumetti.

A tratti astratta dimentico i codici d’accesso per incontrarti reale e non so più la password

per attaccar bottone e sorriderti. Provo lo smile mentre mi slaccio ogni formato tattile.

Passo on line e m’incasello in bit.

Uomo, donna, altro.
Magro, grasso, altro.
Alto, basso, altro.
Povero, ricco, altro. 
Indigeno, importato, altro.

Mi registro in cloud con volto nudo

e mi vesto di nuove misure, per dirti chi sono nello specchio della sfera di cristalli liquidi appianati in monitor.

Sbircio chi sei, chi ti dici di essere, chi ti credi di essere, chi vogliono che io creda che tu sia, chi penso di credere di vedere che i bit che abiti siano per te, cucendo un vestito di sguardi con lo scroll con cui illustri eventi e ti incoroni divo sul palco senza tende.

Re a rate in rete senza abiti e ruote.

Vestito in diretta, di trasparenze, passioni, amici, libri, sport.

Ogni casella ti ricuce in forma quasi 3D al mio tatto in tasti.

Ti seguo passo passo 1011011110010001111100000111110101100100001111
senza intasare la città di spostamenti, cercar parcheggio, comprarti una bottiglia contro il solito ghiaccio che si forma nelle distanze e offusca il dove sei, anche se ti ho di fronte.

On line è più… ma anche meno…

Ma è quello che è questo ora, che ho schegge di tempo senza costanti libertà di divagare, con una felpa buttata sulle spalle a celare le ali che vorrei, per capire l’altro senza le bucce dei rituali. Accendo la webcam e ti lascio entrare.

Una chitarra nell’angolo dice cose, mentre ti parlo senza nemmeno essermi vestito.

Non abito abiti, nel nuoto fuori pista della Rete, cercando input e neve fresca, cercando incontri a specchio, perché il vicino è uno scarico rito quando suona per l’aneddotico zucchero a pretesto. Tocca vestirsi, aprire, riassettarsi.

Esserci.

Entro dal monitor e allungo senza fiatone il passo in link, con la mise dell’anima in pensieri leggeri, giusto quel velo di stanchezza agli occhi e le ciabatte ai piedi.

Un click e un altro e un altro, e slaccio tutti i bottoni del guardaroba inamidato di convenevoli, e mi rifaccio un guarda roba in bit, nuovo ad ogni like, tessendomi a misura di scroll in scroll, forme e pensieri, corazze e nudità.

Raccolgo input sparsi lungo il filo dipanato da altri e resetto chi non mi garba, pestando pareri avversi a piedi nudi senza dover chiedere scusa o temere di sgualcirmi la giacca in un cazzotto d’impulsi.

Navigo a vista o cerco, con la pedanteria di uno studioso in caccia, quel tassello che non è mai l’ultimo, come le dune e i monti.

Ancora un click, quasi una droga.

Il surf del selfie, dichiarazione di esistenza in vita, un riquadro d’effige luminosa, uno smile per presenziare il bordo di un monitor a pozzo dissetante.

Non credo di poter mancare un centro che non c’è.

Messo a nudo, fluido, mi tuffo.

Così vasto mi basto, e corro dietro all’ultima news ancora da accertare.

Nella mia sola pelle di pensieri, navigo e mi tratteggio a piacere, mentre smonto d’abito mentale dal sito dell’azienda e indosso i panni da chat distratte o dialogo marcando a vista il cugino d’Argentina, senza inquadrarmi oltre la spalla da cui sfugge villana la coperta di Linus, messa alle corde dalla mia stessa vita.

La vastità di input sommerge il tempo e mi riveste in pixel senza misure da sarto.

Sono nuda sinapsi transgender affacciata ad un cortile senza muri, mentre ne crescono sempre più solidi in 3D reale, a cieca corazza che cancella l’empatia e l’affetto di un vestito stropicciato in due.

Raffaella Formenti per TAM TAM - 2014



VIDEO - voce recitante LAURA FORMENTI ABITO di BIT per TAM TAM - voce Laura Formenti - YouTube



martedì 10 maggio 2016

About ATTITUDINE nel lavoro

L’attitudine con cui lavoro è legata al concetto di DERIVA:
perdere controllo, riprendere controllo, lasciarsi condurre dalla casualità, tornare sulla rotta restando vigili alle suggestioni dell’ambiente.
Navigare nella realtà come si fosse all’interno di un cervello elettronico con molle che scattino in libertà e costante riferimento al web, da cui attingo le terminologie per farne parodie cartacee, ridisegnandone con l’ironia l’aspetto più fragile e umano.

Mi piace scardinare l’esito finale di un messaggio e dirottarlo a campo di colore.

Non sono una rigorosa, mi piace fluttuare e inciampare, e anche stare seduta ad attendere.

In questi miei venti anni di ricerca, che calcolo da quando ho abbandonato il ring della tela per espandermi su qualsiasi cosa mi incuriosisca, credo di avere delineato un mio linguaggio, un alfabeto che si nutre e si visualizza in differenti media e materiali: la carta, il monitor, la foto, il video, la performance.

Quando penso di aver trovato qualcosa che valga veramente la pena di mostrare, chiedo a qualcuno di fermarsi un attimo e guardare, attraverso i miei occhi, attraverso il mio lavoro, ma non è semplice. Il rituale di una mostra non è mai ottimale per un vero confronto con l’altro. Lo scambio arricchisce e consolida le mie certezze di non essere fuori strada, anche se è sterrata e in salita. raffo  


RAFFO in 4 righe

Volevo solo scrivere e viaggiare nei luoghi delle parole, ma anche le mani hanno preteso il loro spazio d'azione, impuntandosi a piegare i contenuti della comunicazione in cromie invasive e spunti di legame tra il cartaceo e l'informatica.

Come in un QR Code, la “spiegazione” è sempre nello scatto che segue, nella piega ancora da indagare. raffo





DLL - In informatica, una Dynamic-Link Library ( libreria a collegamento dinamico) è una libreria software che viene caricata dinamicamente in fase di esecuzione. LIBRERIA CONDIVISA

lunedì 13 maggio 2013

2013 ABOUT... - Vicenza. Laboratorio AB23


Scusate se per il bene delle vostre orecchie ho scritto due righe, altrimenti, non avendo dimestichezza con la parola agita, rischio di finire chissà dove, in qualche pozzanghera a girare a vuoto senza trovare come uscirne e riempiendovi di schizzi inconcludenti, anche se sarebbero pur sempre d’artista…



Per chi, e soprattutto perché, lavora un artista?  Per esistere a se stesso, innanzi tutto, per scrivere da se stesso dei confini e prendere in essi forma, senza la quale non c’è leggibilità e comunicazione con l’altro da sé.
Adamo chiama ogni cosa con un suo nome, che diviene simbolo e significato di essa, e con esso la distingue. Adamo con questa parola, intermediario virtuale, può comunicare, e pure tweettare…. 
Può comunicare con un’altra persona che conosca le stesse simbologie… Ed è forse per questo che anche tra artisti non si parla più molto, non ci si confronta…. Ognuno si dedica all’approfondimento delle proprie simbologie, sempre più specifiche e differenziate, e non riconosce e analizza quelle altrui se non per denigrarle. Un po’come si vive la politica, un frazionamento egotico con  interazioni solo di convenienza e per massacrarsi a vicenda arroccandosi sul proprio terreno.
L’artista s’inventa delle simbologie a parte, un codice suo, una sua musica, qualcosa che dal suo sentire/riflettere/fare prende forma e inizia ad esistere, in primis ai suoi stessi occhi, e poi agli occhi di chi voglia ascoltare una nuova lingua, o una modulazione delle precedenti con nuove parole.
O con differenti silenzi.
La chiamano creazione, a me piace chiamarla alchimia.
Alchimia è quando una materia diviene altro e perde il nome che le dava confine, quello con cui la si era conosciuta, definita e ingabbiata in formula.
E da qui riprende la gara di Adamo. 
Davanti a questa nuova “cosa”, deve ri-trovare la parola più adeguata per dirla, per nomarla, per normarla a regola di lettura.
Ma qualcosa che è totalmente definibile in parole perde in parte il senso della sua forma ed esperienza visiva, quella attivata con tanta fatica dal fare creatore che elide e moltiplica la superficie di ciò che conosciamo per amplificarne il senso.
Troppo spesso a questo punto, a opera fatta, si toglie all’artista il ruolo di Dio-Adamo e lo si confina a Costola, costola intercambiabile di un sistema che ha costruito nel tempo precise gerarchie e normative. Inizia così un lavoro di delega quasi in bianco del proprio pensiero in mano ad altre persone che lo traducano al mondo. 

Non me ne voglia lo Studioso e critico d’arte qui presente, che rappresenta in modo saporito e positivo proprio uno dei poli di queste gerarchie, in origine il polo dei traduttori e traghettatori… in origine, ora sempre più di detentori del Verbo che nomina e dà forma pure all’artista stesso, che da creatore diviene spesso solo un girabulloni alla Chaplin,intercambiabile a piacere come pedina di un altro gioco che non gli appartiene più, o a cui sceglie di appartenere.  

Ma con i giusti interlocutori, qui ben rappresentati, l’artista e l’opera tornano al centro e gli artisti possono esprimere la loro diretta traduzione, visto che a volte sono bilingue: non nel senso che sanno l’inglese o hanno vissuto all’estero, come nel caso di Pozzi, o dall’estero vengono, come nel caso di Irma Blank…, ma nel senso che sanno usare il verbale oltre al visivo. E anche il pensiero, talvolta almeno... a volte è meglio non lo facciano. Spero non sia il mio caso…



Una narrazione che il più delle volte non ha spazio per confrontarsi, mentre a volte, come in questo caso, gli si mette a disposizione una terra di sperimentazione, l’occasione di un libro, una Collana di dialogo, uno spazio speciale per dirsi.
E l’artista ringrazia chi gli lascia la parola, chi gli dà un luogo in cui prendere forma e delineare il proprio sentire, un frammento della propria visione del mondo.  

L’altra settimana ho partecipato a un incontro di scrittura teatrale riguardante i monologhi. 
Un punto mi è rimasto chiaro, che collima anche con l’arte visiva e con la scrittura tout court:
ognuno può avere una storia da narrare, ma perché questa storia prenda forma per essere narrata e ascoltata da altri deve contenere un’urgenza in più, qualcosa che ci ossessiona, qualcosa per cui ti scappi di alzare la mano e prendere la parola, anche se sei il più timido della Terra.
Per far questo ci vuole anche che ci sia il tempo della riflessione e la democrazia dell’ascolto, che si sia liberi di alzare la mano, e che esista uno spazio, un teatro, un libro, unagalleria, un monitor, un marciapiede in cui esprimersi.
Questa collana Memorie d’Artista a cui mi è stato proposto di partecipare, è ilmettere a disposizione dell’artista visivo un diverso palcoscenico, quasianarchico rispetto alla crescente chiusura di teatri e di spazi autenticiattraverso cui incontrare e scambiare cultura.
E quando dico teatro intendo unluogo amplificante, non necessariamente dove si reciti, ma ogni luogo osupporto in cui si agisca uno scambio.


Scambio che sempre più raramente avviene nel mondo dell’arte, anche nelle Gallerie stesse, tese più al business del mercato che all’ascolto della Ricerca, la quale ha un’antica storia da cenerentola marginale, per pochi, o almeno così lo era quando l’opera era al centro del dibattito, e non pretesto per salotti e misurazioni di potere sociale. Ora c’è anche il palcoscenico della Rete, il massimo apparente di libertà, ma ogni brusio troppo intenso che divenga rumore reiterato, tende a spegnere la nostra soglia di attenzione. Il troppo stroppia, dicevano una volta. 

Anche se è corroborante che ci sia una tracimante scelta di voci, a volte il sussurrato di un libro è più dialogante, perché i tempi e i modi li si sceglie individualmente, senza rincorse e pressioni, compresi i pop up che ti si aprono mentre stai leggendo sul monitor, o la pubblicità che sbuca da ogni dove. Sbuca anche dal mio libro, in quanto è il materiale con cui lavoro di preferenza, e fa da controcanto alla raccolta di email attraverso cui mi racconto e racconto come vivo questa mia ossessione dell’Arte.  Un racconto solo per frammenti, spiati dal bordo di un monitor,come quando si ascoltano telefonate fatte ad altri e da esse si delinea il carattere della persona che abbiamo davanti, in questo caso l’esercizio è saper leggere tra le righe mancanti. 
Quando Peccolo mi ha chiesto di scrivere "memorie", ho pensato che, lavorando quotidianamente sui frammenti del dirsi e del tacere, anche in questo libro avrei potuto fare altrettanto, misurandomi con un diverso supporto espressivo.
Peccolo, con la curiosità del dietro le quinte di ogni recita,  ha fatta sua l’urgenza degli artisti di dirsi in prima persona, con la consapevolezza di un pensiero autonomo e l’urgenza di condividerlo nella differenza degli stili. E questa diversità di espressioni e riflessioni sono, libro dopo libro, raccolte da un cercatore di frutti di bosco, come ama definirsi Peccolo, che non cerca le luci della ribalta precotta scegliendo l’artista di moda sul mercato, ma scava un suo sentiero anche tra i rovi delle dimenticanze, dando la parola all’Arte non solo con la sua Galleria ma anche con queste Edizioni.
E anche per questo lo ringrazio, per avermi messo nel cesto, a condividere e confrontarmi con voci diverse, diversi codici simbolici, ma uguale spirito di autentica urgenza nel proprio fare arte, in condivisione con chi voglia porsi in ascolto. 
Ascolto di cui vi ringrazio stasera, come ringrazio di avermi costretto a questa esperienza di forma verbalizzata che raramente pratico. Infatti ho dovuto scrivere, che mi è più familiare, per non inciampare in un labirinto di troppe parole nella giungla della mia testa, a cui piace andare a piedi e perdersi per via. Il Tempo qui è segnato dai giochi di ruolo e dalle gerarchie, ed è meglio che parli chi più di me è avvezzo ad avere un microfono dalla parte del manico. O della presa di corrente. 
 


Raffaella Formenti -    Vicenza 2013

2014 About CLOUD FRAG

ISTRUZIONI D’USO per CLOUD FRAG

Disporre il “corpo molle del conoscere” nello spazio visivo, dandogli una parvenza che assecondi il proprio sentire.

Il chiodo rappresenta il punto di scelta nella lettura dell'oggetto e diviene protagonista affidatario dell’intervento di memoria formale impresso al frammento di cloud. raffo 2014


2011 PIXEL YIN YANG

Dove si vaneggia di un COMBIvisore A4 PALmizi e vari segmenti, per infinito SECAMore cartaceo.




Ragionando attorno al pixel, è nata questa forma. Con relativo panegirico di companatico da leggere senza panico. addentando pane e nutella. O mortadella, se si preferisce il salato. Il conto non lo è. Lo salto. Conto fino a 180 e mi arrendo. Avevo trovato un percorso molto più complesso… ma 180 pezzi unici… compito ingrato… 180!
180 gradi. Un angolo piatto. Come d’autostrada.
Non sempre la vita è un’autostrada, non sempre l’autostrada è l’A4, ma sempre l’A4 può, da superficie piana, girandoci attorno,divenire uno spazio di pensieri. Sia che si materializzino in parole tracciate su di esso, sia che il foglio stesso prenda altra forma e divenga “luogo madeleinette-proustiano”.
Come nel caso del nuovo pixel Yin Jang, che non è ping pong, ma forza di coesione e libertà in giusto equilibrio, un vincolo svincolante. Non un vicolo cieco. Un vincolo in cui la coerenza con se stessi possa incontrarsi in modo armonico con la fedeltà alla propria scelta di condivisione con l’altro, a costo di fare la piega per qualcosa, quando la piega sia di rinforzo, non di costrizione. Costruzione, sì. A4 mani e A4 occhi.
Un foglio solo, un terreno comune, con due presenze distinte e un progetto comune che le intreccia e rafforza in questo nuovo pixel, contenitore di energia per inventarsi ogni nuovo A4 ancora da scrivere. Dove l’A4 sia una strada scelta e non imposta da due caselli predefiniti in codice binario. 
Troppe caselle di certezza tolgono sapore al percorso.

Una COMBIvisione… 
Niente colla per fissare in unica forma, ma piccole variabili, 
come virgole che lascino inventare spazi aperti.
Solo uno stralcio di carta di cui ogni piega ne rafforza il farsi forma for menti.

E chi lo getta è perduto. 


Non storcerei il naso se il mio scritto risultasse contorto, o se pensaste che ho torto. 
Se il COMBIvisore non quaglia, nessun vincolo né colla: una bella pallottola (il foglio) e liberi di cercare altre vie. 
Lungo l’A4 e oltre, senza caselli e caselle. 
Svincolati voi, svicolo io…
Se invece vi garba una micro installazione prima della diaspora di mano in mano, per dare all’occhio il valore aggiunto dell’insieme.


Vi si può infilare un messaggio, una data, un foglietto… ma
se diviene scatola d’uso perde l’aura e torna foglio di carta usa e getta.  rf

2012, Sara chiede, RAFFO ne risponde


Appunti distratti tra pieghe senza spiegazione, poco più di una conversazione, per Sara Faccin e la sua ricerca 


-perché non dipingi ma hai scelto di fare altro? dipingevi prima?

-Ho dipinto più o meno fino al ’95, ma già dal ’92 ho iniziato a celare la pittura (in senso proprio anche fisico…) dietro ingombri cartacei o dentro scatole e contenitori, e per tre anni i due percorsi si sono affiancati/integrati. Il colore prendeva materia su fogli di carta da disegno standard, A4 da album scolastico.   Volevo agire sul supporto più anonimo con lo strumento più elementare, usando unicamente pastelli ad olio, la forma di colore più prossima al semplice pigmento sfregato su una parete con cui l’Uomo iniziò l’avventura sciamanica della pittura.
Volevo che al centro del mio fare non ci fosse la ricercatezza dei mezzi usati o la perizia tecnica, ma la semplice urgenza del colore di farsi pittura. Per questo mi ero lasciata alle spalle anche il periodo di pittura a olio, a velature con pennelli di martora e particolari rifiniti capello per capello, che precedette il mio iscrivermi all’Accademia. Sicuramente un periodo utile per affinare lo sguardo sul colore nel suo farsi armonia o stridore, ma non in sintonia con le mie urgenze espressive, (dava solo più spazio allo sbarcare il lunario… il figurativo ha un pubblico più ampio…) La scelta di agire su fogli ordinari sottolineava, nel mio intento, il limitato spazio a margine in cui il ritmo del “fare per essere” relega il pensiero di ricerca del sé. 

Intervenivo sul foglio con un accumulo di segni che venivano a costruire una tessitura di cui si impregnava la carta e si delineava uno sfondamento della bidimensione in un’astrazione d’atmosfera lirico espressionista. Scolpivo con il colore a colpi di lametta da barba, mettendo e togliendo la materia pittorica fino a che il foglio pareva perdere la sua bidimensionalità e i segni di pigmento, spatolato dalla lametta caricata dal suo togliere materia, restavano come sospesi su una non-materia luminosa. Tutto questo, ripensandoci ora, molto in continuità lineare con l’esplorazione dell’astrazione lirica e la sensualità del colore nel suo svanire in luce che affrontai nel periodo dell’Accademia, periodo in cui mi resi conto di interrogarmi non tanto sulla pittura in sé, materia, gesto, colore, spazio, quanto sui materiali, sui supporti, e di avere anche un’esigenza di dialogo con la quotidianità e il desiderio di diminuire la separatezza del linguaggio pittorico rispetto ai gesti della quotidianità. L’usare materiali già codificati per “fare pittura” accentua la pittura come mondo a sé e io vorrei incidere nella decodifica dei segni e sogni della vita, e non dialogare solo con le ricerche pittoriche esposte nei musei o studiate sui libri. Sento la pittura in strada, là dove i Novorealisti la indicarono, e in strada iniziai a cercare le mie risposte. Le prime installazioni con materiali da imballaggio nacquero per esprimere il mio “ingombro mentale”, chiamiamola allergia al fare pittura che richiedesse supporti, cornici, attaccaglie e vendita a punti, a cui si sommava l’odio per come la conoscenza del lavoro degli artisti sia sempre mediata da pessime foto da catalogo che ne distorcono ogni senso.

 …Ero stanca di litigare con i colori sbagliati delle tipografie… I rossi non corrispondevano mai ai miei rossi! Perdevano sensualità ricordando solo il pomodoro da pizza… Esagero ovviamente, ma nemmeno troppo!Volevo eliminare una serie di vincoli, e le scatole raccolte nei supermercati furono la mia prima risposta per legare il mio percorso d’arte alla quotidianità, mia e altrui.
Come il pittore rupestre che contribuiva alla caccia con la sua abilità di narrazione visiva, così io iniziai a nutrirmi dei resti della caccia altrui: le scatole e le pubblicità.
Più gli altri consumano e comunicano, più io ho di che lavorare: le scatole svuotate dagli acquisti sono il colore con cui esprimermi. Non per un intento di riciclo, ma per una ritrovata partecipazione al ciclo sociale. Mi è sembrato il modo per rendere la città il mio territorio di caccia, senza essere io a darmi in pasto a colorifici e corniciai… e per avere sempre con me gli strumenti, scatole e volantini rintracciabili ovunque, con cui costruire installazioni e concrezioni, pensieri cartacei in 3D, anche viaggiando leggera, un po’ di colla, una pistola per colla termica, un po’ di scotch, e le mani in tasca in giro per le città.


 -però comunque il fattore cromatico è un elemento del tuo lavoro, almeno per quanto risulta alla mia visione, non credi sia un po' pittura allargata?
-Sicuramente è pittura, quasi a pieno titolo, anche se alla base del mio fare c’è un concetto che esula dagli interrogativi della pittura.

Nasco pittore e il mio occhio non demorde a tirarmi in quella direzione. A volte lo vivo come un limite. Sono cosciente che l’equilibrio cromatico è un di più che distrae dai concetti da cui nasce il mio lavoro, ma la pittura resta per me una chiave per “incartare” gli sguardi a fermarsi, il mio per primo, e soprattutto una porta alchemica di vitale importanza.
La prima volta che capii questo, fino nelle mie cellule più recondite, fu davanti a un sarcofago egizio. Ero alla National Gallery a Londra, e guardando quattro assi dipinte, inchiodate a comporre una cassa da morto, capii il senso alchemico del dipingere.
Non era un sarcofago prezioso, era uno dei più semplici e rudimentali, e lo strato di colore che ne decorava le assi non aveva nulla di eccezionale, ma, fissandolo, mi resi conto di quello che esso provocava su quella materia: la scatola di legno si trasformava da contenitore a luogo di passaggio, diveniva porta di accesso ad una dimensione immaginaria. L’uomo aveva dipinto quelle assi perchè il morto potesse passare dalla materia di una superficie ad un luogo di viaggio. Stetti male: per due ore non riuscii ad aprire bocca né a muovermi. Mi girava la testa e avrei voluto fermare quel momento di folgorazione e fissarlo per sempre nel mio sentire. Era una risposta senza altre vie d’uscita sul senso della pittura, che poi purtroppo ho più volte perso per strada, sporcandone il senso alchemico con urgenze concettuali che dirottano in altra direzione la mia ricerca. 

-credi sia possibile ancora dipingere oggi?

-La pittura va oltre ogni cecità d’animo e vivrà fino a che ci sarà pensiero libero.
E’ tutto ciò che si è costruito attorno alla pittura che andrebbe smantellato per ripristinarne l’essenza alchemica, che vien meno ogni qualvolta si riveste del “riprodursi in prodotto” senza  pensiero di ricerca. Io continuo a vederla come urgenza di approfondimendo di interrogativi, e non come furbizia/scorciatoia per ego ipertrofici a caccia di un prodotto azzeccato con cui far soldi.
Lo spazio, sempre più risicato e a margine, lasciato a chi ha la volontà di far ricerca e cultura, è territorio di libertà d’espressione. E resta tale almeno come utopia… 

Sara chiede. RAFFO ne risponde.   maggio 2012

estratto da "VALE LA PENA?"

lunedì 10 dicembre 2012

1992 about PASTELLI - appunti ritrovati


Container di colori. Escrementi di pigmenti oleosi appallottolati in concentrato d’essenza. Esistenza. Continuità nel gesto fino al limite esterno di un foglio formato UNI previsto dal codice di taglio per un proficuo impiego di carta. In un tempo di espansione oltre le misure di gestualità possibile che richiede elevati affitti di studi-ex fabbrica chiusa per recessione. E lo sponsor dov’è. Ragionieri in banca e Mister Hyde di notte, per autofinanziamento del proprio doppio celato. C’è lato. UNI. Foglio standard che accoglie pigmenti riciclati di un ieri a colori che torna a puntate, a tracciare il seguito di un gesto introverso e pensato. Riflesso. Di un altrove vitale evitato. Celato. Pensiero trasparente di pellicola per alimenti che conservi intatta la fragranza di una tenue vibrazione di animo perso. Un tanto al metro. E me lo faccia di quel bel rosso vivo che risparmio la legna.  E ci sto davanti in poltrona per quei cinque minuti di relax senza camino. E’ triste fissare il termosifone. Pratico, caldo ma gelido. Gelo solo a pensare i prezzi di cornici e telai. Mi basta un foglio di appunti per oggi. Domani è diverso. Se torna. Quando torna il domani non è lui. E l’oggi mi sfugge e si squaglia in un gesto. Che scioglie il colore sul foglio con la sola energia del tracciare. La traccia di un moto distratto? La traccia di un colpo inferto. Automatico. nervoso. calibrato. deciso. strabordante. Qualsiasi aggettivo, e altri ancora, e anche. sbagliato. Forse il più bello. Un segno sbagliato acuisce di nuova attenzione l’azione. E cancelli. Chiusi. Davanti a luoghi fuori orario in cui potresti vedere quei quadri che costano code di massa per sparpagliare cultura e rimpinzare casse senza risonanza magnetica.
Cerco neurotrasmettitori attivi.  raffo

lunedì 22 ottobre 2012

2012 - Bit e BYTE bitte



SVUOTO la quantità in gesto di struttura. 
Non scrivo lineare. 
Scrivo LINEARE e 
premo INVIO in pacchetti  e codici. 
Per pochi bit. 
Di parole e senso. 

BYTE. Alterano spazi e piazze. 
Nessi sconnessi. Deviazioni. 
Lavori  in corso nutriti di colore.  
ZIPPATI germinanti in cerca di erezione. 
Passi scompaginati senza rilegatura. 
Appunti in dispersione a fare. 
WWWiki Scraps confusi.

E posto ai posteri sfrucugliar di parole che sottenda giochi alti ed altri, che a specchio prendano colore.
Non posso dire quanto l'imbalsamatura in BYTE le improverischia in verità, inconsistenti e fatue, anzi famieInfamie di ubriacatura a tasto, su cui calare velo e non ribalta, che ne ribalti il senso gioco in false verità, colate ai posteri ma già scollate. Dal dirsi ragionevoli. Dal senso unico alternato ormai alterato nel sapersi altrove a diffusione. Ping pong privato deprivato di origine certificata, che cerca e trova gusto di rimbalzo in altre pareti.
E sposto. Bisturi a freddo, senza il contesto che ha tagliuzzato il testo in lacci liberi dai fori in cui erculearsi a stringere pensieri e un dire che abbia senso costruttivo o di ordine alfabetico. BYTE da registro, indice, archivio. Dimmi tu. A cui so di dar diletto a stomaco incauto e senza marciapiedi cavalcante glamour in polveri sottili, di smog e strisce opposte ai semplici pedoni.  Pedine. On line. In gioco di parole senza il ruolo del dire. Suolo di porte in link saltellanti, tra sinapsi e sintassi, lanciando sassi alle vetrine e merletti in fuga da tomboli e tromboni senza spartito condiviso. Ora. E qui. Butto i dati in pixel e non rileggo. Non rinnego e firmo. 
rf - ottobre 2012                   
(appunti per l'evento a Spazio ISOLO -Verona)

venerdì 2 marzo 2012

2012 - E_MOZIONE


                   video  E MOTI ON    >    E MOTI ON



giovedì 9 febbraio 2012

2011 - DEFRAG GATE

 - della serie   “Se il nubifragio impazza prima che io sia pesce”


Nel tentativo di fissare il mio pensiero 
mentre “disseziono” l’Italia in cerca di una nuova pagina bianca, 
forse ho solo ampliato gli angoli di una scatola sempre più stretta 
in cui non riesco più a porre tutto quello che è da sempre già contenuto in un piccolo quadrato bianco su bianco, 
nascosto da qualche parte, tra scorie e storie.






Il pensiero di una mostra in Calabria, in mesi in cui si discute quasi a guerriglia sul festeggiare o meno l’Unità d’Italia, non può che essere per me un’occasione per “esportare” le mie inquietudini sulle DISPARITA’, raccolte qui metaforicamente in queste pagine d’agenda a giorni dispari.
“Di spari c’è chi continua a morire, e il suo quotidiano è un infinito ieri”.
Da circa un anno ho ripreso a frequentare il “mondo a parte” della Mail Art in cui frammenti del proprio pensiero si innestano imprevedibili nelle giornate altrui, innescando nuovi invii e nuovi progetti. Forse il rispolverare questa pratica un po’ anarchica e “obsoleta” smuove in me una riflessione su come possa bastare anche solo un rettangolo di cartoncino per esprimersi all’altro, senza grandi ingombri e pretese e toccare con mano un dialogo in viaggio su cm 10,5 x 14,5 di condivisione.
Sono stata invitata ad esporre all’Open Space per la mia decennale pratica di “ripiegamento cromatico” di pubblicità e imballaggi in improbabili marchingegni-rebus, ma in un momento in cui si toglie ogni giorno respiro vitale alla Cultura e al rispetto dell’Uomo, non mi è riuscito restare estranea al momento contingente e all’idea di un viaggio “con le mani in tasca strette a pugno”.
Non riesco a cancellare l’immagine di quanti, vivendo un momento drammatico e cruento a poca distanza dalle nostre coste, guardano all’Italia come a una zattera di salvezza verso la libertà, quella stessa che, seppur con ben altre tinte, meno fosche e mortali, noi sentiamo inscatolata e gettata sullo scaffale di un ipertrofico mercato d’anime. Siamo sempre più solo soggetti-target di consumo e questa maldestra zattera Italia strattonata in mezzo al Mediterraneo ha perso la bussola e sta sfaldando il suo spessore culturale in parco giochi per pochi.
I profughi che premono con la loro urgenza vitale, connessi a noi dalla sola pelle tratta in salvo, ci insegnano forse a premere il tasto reset e connetterci al corpo nudo di una Storia che rischia di finire in polvere spazzata sotto tappeti che non volano più, né nelle favole per nuove generazioni, né nell’aria viziata da gadgets che puntellano identità rese inconsistenti da un superfluo invasivo.
Alle pareti sacchetti di plastica, cartoline deturpate e pagine di storie sospese, immagini campionate in “pixel digitali” compressi in cattiva ricezione da switch off dell’Italia, deviate e distorte come una Storia mistificata e narrata ad uso e consumo di chi “manipola manopole in monopoli” falsando l’autenticità a suon di perline colorate e specchietti rilucenti.
Storie e Scorie, perchè pari suono?                                
raffaella formenti - febbraio 2011




-DISPARITA- la nuova AGENDA per arrivare leggeri alla fine del mese

l'agenda con solo i giorni dispari permette a chiunque di arrivare più
agevolmente a fine mese senza tirare la cinghia... e dimostra la teoria
della cerchiatura del quadrato. qui è un po' in piccolo...
è la versione tascabile, per avere meno bile da mettere in tasca.

martedì 10 gennaio 2012

2008 - Auszug aus dem Paradies.


raffo for  “European Mirabel Company” in Kleinsassen

Auszug aus dem Paradies.                        
La “Cacciata dal Paradiso” è la babele terrestre, la Babele Mediatica.
E’ la fuoriuscita dalla cornice e dalla tela, luoghi appartenuti a tutti coloro che si interrogano sul “vedere”, e che davano loro identità sociale riconoscibile...

Noi avevamo Mirabel come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e di discussione.
La Pittura aveva la tela come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e discussione.

Ma da tempo il “luogo sacro” è esploso e il concetto di Arte ha inglobato l’intero senso del vivere e del comunicare. Gli artisti indagano il proprio frammento di universo e non ha più senso cercare un linguaggio comune, ma solo l’autenticità di espressione, l’urgenza del dire: spaesati si guarda al proprio e all’altrui sentire in cerca di un’identità comune, per accorgersi che il vero valore è ora la pluralità e la differenza poste a confronto.

Il mio Paradiso Perduto è la “dannazione-libertà” di un viaggio continuo e senza risposte certe, tra le dimenticanze di un vivere senza pause d’ascolto.
Lavoro sul linguaggio disperso, preso a calci come una vecchia scatola vuota, rannicchiato agli angoli della metropoli come un senzatetto invisibile. Strappo alla città le sue apparenze di gaio colore, gli accattivanti imballaggi del consumo, messaggi, segnali, pubblicità, storie di inutile accumulo.
E ad ogni nuova mostra prendo spunto dal luogo fisico in cui mi trovo o dal dialogare con gli altri artisti, per ricostruirne un frammento attraverso concrezioni, installazioni, torri informatiche, cariche di tutti i linguaggi della Babele dell’Arte, e prive di risposte univoche.  Il mio lavoro diviene il luogo stesso di “cacciata” da ogni paradiso protetto, un viaggio solitario e allo stesso tempo comune a chi ama perdersi per ritrovarsi.

Non c’è una mèta precisa in questa deriva d’incontro e lontananza. Ognuno si permea del proprio credo artistico, e quando le traiettorie s’incontrano nuovamente ci si pone in ascolto degli altri linguaggi e del loro grido di “Abbandonati al Fluire” senza le sponde protettive della “cornice-paradiso”, il luogo magico “preposto e identificante” in cui l’Artista nel tempo si è cercato lasciandovi tracce della sua visione del vivere.    raffo - 2008

2011 - AMO IL MARGINALE. CHE NON E’ UN VENTO. O FORSE SI’







Ogni quesito a volte ha risposte squadernate in piena luce, a volte graffiate in bianco su bianco lungo lo spigolo dove il Tempo incontra lo Spazio.





Ho più quaderni iniziati, molte agende su cui scrivere senza che sia il loro anno deputato, senza avere un ordine di pensieri, caselle o titoli.
Venti anni fa ho voluto iniziare il mio quaderno da una pagina qualsiasi progettando di usarlo senza ordine consequenziale e senza datare l’appunto. Aprire a caso e scrivere, aprire a caso e leggere, sganciandosi dalla cronologia lineare.
Solo formalmente il mio lavoro sembra disperdersi nella molteplicità del fare (concrezioni, installazioni, video) perchè la mia ricerca non è nella forma impressa alla materia, ma nel suo farsi pagina e contenitore di pensiero, mio e di chi guarda.

Il pixel (il piccolo modulo che gioca con ironia cartacea con il suo alter ego virtuale) nasce dalla ripetizione di un gesto di piegatura con cui trattenere un frammento d’informazione dalla caducità del messaggio di cui è ambasciatore denigrato e transitorio. Piego la carta in un gesto di archiviazione che ne annulli ogni valenza di comunicazione diretta e farne un improbabile tessera di mosaico infinito.
Il dire si perde, ma ne resta il colore.
Nel caso dei lavori esposti, il bianco, strappato al rovescio di sgargianti manifesti pubblicitari che non campeggiano più sovrastandoci, sbucano da un angolo. Non urlano più il loro dictat, mendicano uno sguardo in silenzio, ammutoliti come pesci in una boccia di cristallo.

Amo lavorare sul marginale e lasciare i miei appunti scegliersi il luogo da cui specchiarsi negli sguardi altrui, senza confinarli nelle caselle deputate.

Quasi un secolo fa qualcuno spezzò il magico rifugio del pittore e ne richiamò l’attenzione oltre la tela. Ogni piccolo frammento della realtà iniziò a essere inglobato dall’artista, questo dubbioso indagatore che scava ovunque motivi di alchimia gli restituiscano il “bello” nella sua complessità, quel senso dell’esserci che a volte si nasconde nei pertugi più sconnessi, nelle pieghe più nascoste, negli angoli più bui, nei materiali più quotidiani e semplici.
Come per i regali: quel che conta è il pensiero, a dar forza a una scheggia di nulla,
e ciò che nasce nello scriversi in esso.
La scrittura è involucro, è imballaggio, è scatola per trasporti, è la forma più disperata di riciclaggio del sé in cerca di senso.
E il bianco è scatola aperta al dirsi.
Il colore coinvolge, racconta e attrae.
Farlo risuonare nel bianco è un invito a scavarne l’essenza.

raffaella formenti
(appunti ritessuti in occasione della mostra Women White - la dimensione dell'infinibilità - Galleria FABBRI.ca - 2011)

martedì 19 aprile 2011

da aggiornare

,...

venerdì 1 gennaio 2010

da aggiornare

...

sabato 26 dicembre 2009

2013 Intervista - da Maria Paola Orlandini


2013 – Intervista scritta con Maria Paola Orlandini per il sito Le Buone Culturali


Domande:


La sua decisione di lavorare nel campo dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

Mi sento come il pittore preistorico tacitamente delegato/relegato in grotta dalla tribù a trasporre in segni propiziatori la quotidiana caccia di sopravvivenza, e sento che dalla buona caccia altrui dipende il mio nutrimento emotivo e culturale.

Nel “campo” dell’arte c’è un tempo di aratura, semina e raccolta ancora più imprevedibile e instabile di quanto non sia quello di un agricoltore, sottoposto ai capricci climatici che possono vanificare con gelate o siccità un intero raccolto. Anzi, ancor più, il raccolto nel campo dell’arte può anche non esserci mai, e per certo non ci sono indennizzi e sostegni europei...

Non ostante questo, penso che coltivare il proprio sentire e nutrirsi d’Arte resti per me indispensabile quanto il respiro. Ci si confronta e ci si abbevera alle opere e alla Storia dell’Arte, mentre si cerca una risposta ai propri perché e a quelli insiti nei linguaggi degli altri artisti, instaurando con loro un dialogo oltre ogni limite spazio-temporale. E si lavora non per rincorrere il nuovo ad ogni costo, o la “trovata” che faccia effetto, ma per “formattarsi” in una personale percezione e sguardo sulle cose.


> Tempo fa scrissi queste riflessioni in occasione di un dibattito, e mi piacerebbe riproporle:


”Scrivo due righe, sperando di non correre il rischio di finire chissà dove, in qualche pozzanghera a girare a vuoto senza trovare come uscirne e riempiendo l’aria di schizzi inconcludenti, anche se pur sempre d’artista…Per chi, e soprattutto perché, lavora un artista? Per esistere a se stesso, innanzi tutto, per scrivere da se stesso dei confini e prendere in essi forma, senza la quale non c’è leggibilità e comunicazione con l’altro da sé.

L’artista s’inventa delle simbologie a parte, un codice suo, una sua musica, qualcosa che dal suo sentire/riflettere/fare prende forma e inizia a esistere, in primis ai suoi occhi, e poi agli occhi di chi voglia ascoltare una nuova lingua o una modulazione delle precedenti con nuove parole. O con differenti silenzi.
La chiamano creazione, a me piace chiamarla alchimia.
Alchimia è quando una materia diviene altro e perde il nome che le dava confine, quello con cui la si era definita e ingabbiata in formula. Davanti a questa nuova “cosa”, deve ri-trovare la parola più adeguata per dirla, per nomarla, per normarla a regola di lettura.
Ma qualcosa che è totalmente definibile in parole perde in parte il senso della sua forma ed esperienza visiva, quella attivata con tanta fatica dal fare creativo che elide e moltiplica la superficie di ciò che conosciamo per amplificarne il senso.
Spesso a questo punto, a opera fatta, si toglie all’artista il ruolo di dio-adamo e lo si confina a costola intercambiabile di un sistema che ha costruito nel tempo precise gerarchie e normative.
Inizia così un lavoro di delega quasi in bianco, e a volte senza scampo, del proprio pensiero in mano ad altre persone che lo traducono al mondo.
Non me ne voglia quello Studioso e Critico d’arte che rappresenti in modo saporito e positivo uno dei poli di queste gerarchie, in origine il polo dei traduttori e traghettatori, ora sempre più travisati in detentori del Verbo che nomina e dà forma pure all’Artista, che da creatore diviene spesso solo un girabulloni alla Chaplin, intercambiabile a piacere come pedina di un altro gioco che non gli appartiene più, o a cui sceglie di appartenere in questi termini di “produttore”.
Solo con i giusti interlocutori, l’artista e l’opera tornano al centro e gli artisti possono esprimere la loro diretta traduzione, dato che sempre più spesso sanno usare il verbale oltre al visivo, e anche il pensiero, talvolta almeno... a volte è meglio non lo facciano. Spero non sia il mio caso.

L’artista è sempre grato a chi lo supporti e gli dia un luogo in cui prendere forma, in cui delineare il proprio sentire e la propria visione del mondo.
Ognuno può avere una storia da narrare, ma perché questa storia prenda forma per essere narrata e ascoltata da altri deve contenere un’urgenza in più, qualcosa che ci ossessioni, qualcosa per cui ti scappi di alzare la mano e prendere la parola anche se sei il più timido della Terra.
Per far questo è necessario ci sia il tempo della riflessione e la democrazia dell’ascolto, che si sia liberi di alzare la mano, e che esista uno spazio, un teatro, un libro, una galleria, un monitor, un marciapiede in cui esprimersi, spazi più autentici attraverso cui incontrare e scambiare Cultura. E quando dico teatro intendo un luogo amplificante, un luogo e un supporto in cui avvenga uno scambio. Scambio che sempre più raramente avviene nel mondo dell’arte, anche nelle Gallerie stesse, tese più al business del mercato che all’ascolto della Ricerca, la quale ha un’antica storia da cenerentola marginale, per pochi, o almeno così era quando l’opera era al centro del dibattito e della ricerca, e non solo pretesto per salotti o misurazione di potere sociale.
Ora c’è anche il palcoscenico della Rete, il massimo apparente di libertà, ma ogni brusio troppo intenso, che divenga rumore reiterato, tende a spegnere la nostra soglia di attenzione. “Il troppo stroppia”, diceva una volta la saggezza contadina.
Anche se è corroborante che ci sia una tracimante scelta di voci, a volte il sussurrato è più dialogante: poter scegliere individualmente i tempi e i modi della fruizione, senza rincorse e pressioni, compresi i pop up che ti si aprono mentre stai leggendo sul monitor, o la pubblicità che sbuca da ogni dove a distoglierci da una riflessione personale di ciò che i nostri sensi vivono. Vista la sua eccessiva ingerenza, è proprio quest’ultima che catturo e ribalto in colore e le faccio dire altro con il mio lavoro.” <

Il suo lavoro: un piacere personale o anche una responsabilità civile?

Sono convinta di una cosa: quando si è profondamente e autenticamente egocentrici, quando si indaga in se stessi come unico frammento di microcosmo a propria totale disposizione, cartina al tornasole di una vastità meno facilmente sondabile, quando lo si voglia fare con autenticità, si è sempre in dialogo costruttivo anche con gli altri e con la società intorno, e quindi il proprio agire è di per sé impegno sociale. Sempre, beninteso, che questa indagine non sia un puro esercizio ombelicale o di mera gratificazione per le proprie nevrosi, ma un raffrontarsi dialogante tra sé e i linguaggi artistici, antropologici e culturali di cui siamo sedimentati.

L’Arte ti traversa senza chiederti il permesso e si appropria del tuo fare, che tu lo voglia o no, e di solito le cose migliori nascono quando si perdono per un attimo le griglie di riferimento e il progetto puramente razionale, e si lascia uno spiraglio a che in esso si inserisca il caso e il respiro dei luoghi. Questo l’ho sperimentato proprio poche settimane fa, nell’ultima mostra in cui mi sono trovata coinvolta. Avevo progettato a tavolino, in base alle foto dello spazio espositivo, un intervento su di una colonna. Al momento di montare scopro che lo spazio non era più lo stesso e la colonna non era disponibile; dopo un tonfo interno da spaesamento e un’arrabbiatura trattenuta e domata, ho lasciato che tutti i lavori degli altri artisti venissero posizionati a parete e mi sono messa in ascolto del luogo e di ciò che mi poteva offrire nella sua nuova identità. Sono stata male fino all’ultimo, con una tensione, direi quasi terrore, di non riuscire a far nascere il lavoro. Poi, man mano che posizionavo il materiale preparato, lasciandomi anche guidare dallo stesso, l’installazione ha trovato il suo respiro, il suo equilibrio concettuale, spaziale e, cosa che non guasta mai, anche cromatico. Venendo dalla pittura non riesco a prescindere da un’armonia anche pittorica nei miei lavori. Spesso è un di più rispetto al concetto su cui sto concentrando l’agire, ma penso che l’armonia espressiva del colore sia anche forza attrattiva per innescare il dialogo con chi si avvicina alle mie esperienze visuali.


Lo scultore Nunzio una volta mi ha detto: “Per un artista la difficoltà non sta tanto nel fare, quanto nel mettersi nelle condizioni di fare”. Questa affermazione forse è tanto più vera per una donna. Cosa ne pensa?

Arginare la quotidianità che frammenta il pensiero e lo vanifica in reiterazione del già noto, questa è la grande battaglia. Se ogni giorno c’è solo il tempo di fare quattro bracciate e non le dieci vasche necessarie, difficile avere il fiato per immergersi dove non si è ancora stati. Ormai si potrebbe passare dalla culla alla tomba solo lasciando che la quotidianità spiccia ti riempia ogni momento della vita, sia essa rappresentata dal piacere degli affetti o da fastidiose burocrazie, da rituali sociali o impicci di salute. Resta ancora e sempre basilare la famosa “stanza per sé”, di cui parlava Virginia Wolf. Una porta, fisica o mentale, invalicabile per gli altri, compresi i sensi di colpa. Sicuramente la disponibilità del tempo femminile al servizio degli altri, su cui ancora regge l’equilibrio sempre più deteriorato della società italiana, rappresenta una delle sabbie mobili in cui si rischia di restare inghiottite, insieme al fardello più o meno cospicuo di sensi di colpa, di cui si viene rifornite fin da piccole, se per caso ci si discosta dal ruolo di cura all inclusive, comprensivo del supporto agli obiettivi altrui calpestando i nostri: quello che io chiamo”smarrirsi per accompagnare gli amici a casa”. Anche da ragazzi si faceva, ci si accompagnava più volte a vicenda, poi era sempre il più gregario dei due a rientrare a casa da solo...


Oltre agli ostacoli personali, ci sono altre barriere da superare? La burocrazia? La mancanza di fondi? La diffidenza dei galleristi? Qualche esempio

Il miglior esempio è il mio starmene fuori dalle caselle della tombolata: mi ci vuole talmente tanta energia per seguire le procedure dettate dal gioco, e lo avverto ormai così sfalsato rispetto ai significati quasi alchemici che attribuisco all’Arte, che tendo a star seduta sulla riva del fiume. Forse per la recidiva ingenuità che sia la qualità a trovare e segnare la strada, senza che io ci investa il fiato che non ho. Ho la testa tutt’uno con le emozioni e, purtroppo o per fortuna, ho dimenticato di erigere compartimenti stagni per isolare spazi dediti a burocrazie, giochi di ruolo, strategie... Di sicuro il mio carattere non mi agevola ed è il mio ostacolo principale. Ho intrapreso gli studi a Brera a trent’anni, prima lavoravo e dipingevo da autodidatta, ma mi urgeva nutrirmi di altro. Avevo già due figlie, così quando ancora mi sentivo dire dai galleristi la solita tiritera:”Poi voi donne lasciate e mettete su famiglia...”, io rispondevo:”Già fatto, e ormai sono autonome”. Non è mai vero del tutto, anzi, sono io la prima non totalmente autonoma dagli affetti... ma credo non lo siano nemmeno gli uomini artisti, anzi!... Con la differenza però che nel loro caso sono gli affetti e i galleristi a piegarsi ai loro tempi ed umori...


Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?

Lo penso ad ogni risveglio, se devo esser sincera. E ancor più quando il cane del vicino inizia a guaire alle sei di mattino. Essendo io una nottambula, riesco a riappacificarmi con la vita e con me stessa solo verso sera, e il mattino dopo ricomincio daccapo a dovermi convincere che vale il viaggio questa ossessione che mi accompagna da sempre, questo moltiplicare la superficie del reale con altre riflessioni e pieghe imperscrutabili, anche se apparentemente giocose. Cessare di indagare linguaggi e materiali è cessare di respirare. Coinciderebbe. Ho sperimentato in varie occasioni alcune sgradevoli crisi di “astinenza”, in cui coinvolgo sotto la nuvola nera anche chi mi vive accanto. Impossibile smettere, posso ridurre la dose di progetti attuati, ma qualche piega al giorno, qualche scarabocchio, qualche scatto fotografico non posso evitarmeli. Ho la fortuna di giocare su più registri espressivi, e quando non ho lassi temporali abbastanza vasti che mi permettano di nuotare al largo in acque sconosciute, bordeggio ripercorrendo con nuovi interrogativi ciò che mi capita a portata di mano.


Si possono rinvenire degli elementi comuni tra le vicende delle donne impegnate nel campo artistico? O ciascuna costituisce un caso a sé, un’individualità, come è caratteristico oggi, di tutta l’arte contemporanea, non più organizzata per correnti o movimenti?

Ho sempre avvertito un triplo muro da sfondare, un triplo esame da superare, una tripla sfida da reggere, ma credo che sia così in tutte le professioni. E come in tutte le professioni, é divenuta necessaria una specificità tale nell’approfondimento del proprio linguaggio, che è quasi naturale divenire monadi solitarie, concentrate sul proprio chiodo fisso.

Movimenti e correnti hanno perso motivazione d’esserci (se non per forzare con un grimaldello da banda il Mercato, usando la formula “l’unione fa la forza” e fa più rumore...), e tentare d’ingabbiare i percorsi in sottogruppi affini è agire con un ottuso bisogno di incasellare, perdendo l’intrigarsi nella scoperta delle singole specificità di ricerca. Sicuramente ogni artista donna ha avvertito sulla propria pelle la difficoltà dello “specchiarsi” nella Storia dell’Arte, nelle cui pagine ha presenza ancor meno che marginale. Questo può mettere a dura prova il proprio equilibrio e il sentirsi in diritto di essere parte in causa. Ci sono ancora artisti che sostengono che l’Arte è la sublimazione della loro “impotenza a partorire”, e che quindi è impossibile che la donna ne sappia percorrere appieno la ricerca, in quanto già preposta a generare vita. Io ho due figlie, e questo non mi ha precluso di vivere intensamente quei meravigliosi trip euforici d’estasi creatrice di cui “loro” narrano, (magari tra una modella e l’altra), quando sei tu stessa la prima a stupirti di ciò che sta nascendoti tra le mani, davanti ai tuoi occhi, al di là di ogni progetto, di ogni volontà e di ogni apprendimento tecnico: quando scatta quel quid imponderabile che ti fa sentire la vibrazione dell’autonomia dell’Arte rispetto a ciò che sei tu, nella tua finitezza di persona.


Pensa che ci sia una qualche specificità, una qualche “innata” vocazione di genere, che le donne esprimono nella fase di ideazione e di produzione artistica?

Sono stata sempre refrattaria e quasi allergica alla lettura di genere, ed è forse come stare ancora a disquisire sul sesso degli angeli. L’Arte travalica, quando è autentica contiene in sé il maschile e il femminile. Quello che purtroppo resta chiaro è che se è un uomo a ricamare una lacrima sul viso di una diva è un Artista, se lo fa una donna... Se è un uomo a piegare i Topolino è un Artista, se lo fa una donna.... Anni fa, molto prima delle lacrime da diva del Famoso pupillo di Prada, c’era un’artista, anch’essa bresciana, che ricamava a punto croce membri maschili. Era un’operazione molto forte e coerente con le sue precedenti ricerche, ma una donna che ricama appare quasi banale... può anche urlare il suo spessore culturale che tanto non otterrà la stessa attenzione data qualche anno dopo al ricamo al maschile.


Esiste tra le donne una più marcata competizione?

Probabilmente sì, ma come in tutti gli ambiti suppongo, dovendo, in quanto donne, raddoppiare gli spintoni per adeguarsi a competere secondo i canoni in voga, ma solo perché ancora non si è riusciti a rafforzare una diversa modalità e un’altra scala di valori.

Questo sgomitare avviene quando il fine competitivo sono le luci della ribalta, forse avviene meno quando è la ricerca al centro del proprio misurarsi, anzitutto con se stessi. Sono così idealista che credo ancora che l’Arte sia un percorso di conoscenza e non una battaglia per chi arriva primo. Primo rispetto a cosa, primo rispetto a chi? E ormai anche primo dove, su questo globo con sempre nuove chiese inventate ad hoc: gli artisti divengono loro stessi merce da scaffale, in attesa del tocco magico di un critico, di un mercante, di galleristi global... manca solo la quotazione in Borsa... O l’estrazione al lotto: giocare sulla ruota di Shanghai o su quella di Dubai?... Per me ha ancora senso avere stima e spazi di sostegno e confronto con poche persone che credano nella mia autenticità, ma anche questo è un terno al lotto...


Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

Ho incontrato sul mio cammino solo poco tempo fa un gruppo di filosofe le cui riflessioni credo valgano la nostra attenzione. Tra queste campeggia Annarosa Buttarelli, docente di Filosofia a Verona, che ha appena dato alle stampe “Sovrane”, in cui riflette su quali possano essere le peculiarità positive del regnare al femminile, a cui guardare per uscire dall’impasse attuale della politica e della poca considerazione data all’Arte e alla Cultura. Buttarelli è anche una degli intellettuali “colpevoli” di aver dato il via anni fa all’ormai famoso Festival della Letteratura di Mantova, e l’ideatrice, insieme ad un amico artista, Lucio Pozzi, di una serie di brevi atti unici d’arte, gli Eventi MAT/tam, eventi che durano esattamente due ore, ogni volta in luoghi diversi e non necessariamente preposti all’arte, e in cui l’artista invitato si pone in dialogo con i presenti che gli rendono visita e a cui presenta se stesso e la propria ricerca. Mi sono trovata coinvolta in prima persona ed è stato molto diverso da ciò che si prova quando si inaugura una Personale: lo ricordo come un concentrato d’incontro umano e di reciproca curiosità, di volontà di dialogo, pur se in assenza totale di buffet e vini... punto aggregante e spesso unico motivo di frequentazione delle Vernici! Io non sono mai stata frequentatrice di luoghi per sole adepte. Credo sia più autentico il confronto vis à vis con tutte le peculiarità dei generi in campo che, a ben vedere, non sono solo due. Credo che, anziché un nuovo iter fondativo, possa essere interessante sondare i percorsi carsici nascosti qua e là nelle singole realtà cittadine, come le riflessioni ormai decennali del gruppo Diotima, di cui ho letto di recente “Il pensiero dell’esperienza”, che riunisce le testimonianze di diverse intellettuali, italiane e non.


Una proposta concreta per mettere al primo posto della coscienza e dell’agenda politica del paese la cultura.

Non ho soluzioni… Non saprei… Anche fosse solo lo smettere di pensare che si debba abbassare ciò che è elevato e faticoso da raggiungere, che solo trasformando i musei e le città in parco d’intrattenimenti si possa arrivare al pubblico. Piuttosto far sì che i Musei divengano una chiesa laica attiva nel quotidiano della gente, un luogo aggregante in cui vivere la propria città, ormai svuotata dalla frequentazione assidua di ben altra chiesa, il Sacro Centro Comerciale e le sue cappelle con sfavillanti attrattive di consumo. I musei troppo sterilizzati o sviliti in farsa non pulsano futuro e nuove riflessioni. Se almeno i residenti avessero un più agevolato uso delle strutture della propria città, sarebbe già lievito di contaminazione in più e partendo dal territorio e non da carte, timbri e direttive.

Mi ha colpito (non so se sia ancora così, ma fino a qualche anno fa lo era) constatare che in Austria viene dato l’accesso gratuito ai musei e ai teatri ai meno abbienti, considerando la Cultura importante nutrimento quanto il pane. Forse sarebbero completamente da ribaltare i riferimenti con cui si calcola il PIL, e sarebbe il momento di rimettere al centro il benessere dell’Uomo non solo nella sua accezione materiale e consumistica. Anche se la vedo complessa... Siamo in un Paese in cui si cancella l’insegnamento della Musica e della Storia dell’Arte nelle scuole, anziché farne il perno, considerando l’unicità mondiale del nostro patrimonio culturale. Arte e Musica sono ancora ritenuti solo una perdita di tempo...o alla peggio uno status symbol da esibire... Mi sento chiedere: ok, sei artista, ma che lavoro fai? In Italia ci sentiamo tutti artisti, guai ad avere la presunzione di voler vivere respirando l’Arte nascosta ovunque, nutrirsene con gusto e non con noia. E tanto meno come giostra per comitive annoiate, com’è avvenuto a suon di Impressionisti a Brescia. Avevo i pullman fin sotto casa, ma una volta sbaraccato il “circo Goldin”, la città si è trovata solo con le Casse totalmente spazzolate... Credo comunque che sia il tempo anche della navigazione virtuale, e in essa chi veramente vuole può trovare input mirati per costruirsi un cammino di conoscenza, un tempo inimmaginabili. Forse abbiamo perso il “privilegio del contadino” che, passando una vita su di un fazzoletto circoscritto di quotidianità rituali, poteva alla fine dei suoi giorni dedurre sagge certezze dalle sue esperienze, ma alle certezze l’artista rinuncia già a priori, come al pensare che le soluzioni, ammesso che ci siano, vengano dalle Stanze dei Bottoni.