lunedì 10 dicembre 2012

1992 about PASTELLI - appunti ritrovati


Container di colori. Escrementi di pigmenti oleosi appallottolati in concentrato d’essenza. Esistenza. Continuità nel gesto fino al limite esterno di un foglio formato UNI previsto dal codice di taglio per un proficuo impiego di carta. In un tempo di espansione oltre le misure di gestualità possibile che richiede elevati affitti di studi-ex fabbrica chiusa per recessione. E lo sponsor dov’è. Ragionieri in banca e Mister Hyde di notte, per autofinanziamento del proprio doppio celato. C’è lato. UNI. Foglio standard che accoglie pigmenti riciclati di un ieri a colori che torna a puntate, a tracciare il seguito di un gesto introverso e pensato. Riflesso. Di un altrove vitale evitato. Celato. Pensiero trasparente di pellicola per alimenti che conservi intatta la fragranza di una tenue vibrazione di animo perso. Un tanto al metro. E me lo faccia di quel bel rosso vivo che risparmio la legna.  E ci sto davanti in poltrona per quei cinque minuti di relax senza camino. E’ triste fissare il termosifone. Pratico, caldo ma gelido. Gelo solo a pensare i prezzi di cornici e telai. Mi basta un foglio di appunti per oggi. Domani è diverso. Se torna. Quando torna il domani non è lui. E l’oggi mi sfugge e si squaglia in un gesto. Che scioglie il colore sul foglio con la sola energia del tracciare. La traccia di un moto distratto? La traccia di un colpo inferto. Automatico. nervoso. calibrato. deciso. strabordante. Qualsiasi aggettivo, e altri ancora, e anche. sbagliato. Forse il più bello. Un segno sbagliato acuisce di nuova attenzione l’azione. E cancelli. Chiusi. Davanti a luoghi fuori orario in cui potresti vedere quei quadri che costano code di massa per sparpagliare cultura e rimpinzare casse senza risonanza magnetica.
Cerco neurotrasmettitori attivi.  raffo

lunedì 22 ottobre 2012

2012 - Bit e BYTE bitte



SVUOTO la quantità in gesto di struttura. 
Non scrivo lineare. 
Scrivo LINEARE e 
premo INVIO in pacchetti  e codici. 
Per pochi bit. 
Di parole e senso. 

BYTE. Alterano spazi e piazze. 
Nessi sconnessi. Deviazioni. 
Lavori  in corso nutriti di colore.  
ZIPPATI germinanti in cerca di erezione. 
Passi scompaginati senza rilegatura. 
Appunti in dispersione a fare. 
WWWiki Scraps confusi.

E posto ai posteri sfrucugliar di parole che sottenda giochi alti ed altri, che a specchio prendano colore.
Non posso dire quanto l'imbalsamatura in BYTE le improverischia in verità, inconsistenti e fatue, anzi famieInfamie di ubriacatura a tasto, su cui calare velo e non ribalta, che ne ribalti il senso gioco in false verità, colate ai posteri ma già scollate. Dal dirsi ragionevoli. Dal senso unico alternato ormai alterato nel sapersi altrove a diffusione. Ping pong privato deprivato di origine certificata, che cerca e trova gusto di rimbalzo in altre pareti.
E sposto. Bisturi a freddo, senza il contesto che ha tagliuzzato il testo in lacci liberi dai fori in cui erculearsi a stringere pensieri e un dire che abbia senso costruttivo o di ordine alfabetico. BYTE da registro, indice, archivio. Dimmi tu. A cui so di dar diletto a stomaco incauto e senza marciapiedi cavalcante glamour in polveri sottili, di smog e strisce opposte ai semplici pedoni.  Pedine. On line. In gioco di parole senza il ruolo del dire. Suolo di porte in link saltellanti, tra sinapsi e sintassi, lanciando sassi alle vetrine e merletti in fuga da tomboli e tromboni senza spartito condiviso. Ora. E qui. Butto i dati in pixel e non rileggo. Non rinnego e firmo. 
rf - ottobre 2012                   
(appunti per l'evento a Spazio ISOLO -Verona)

venerdì 2 marzo 2012

2012 - E_MOZIONE


                   video  E MOTI ON    >    E MOTI ON



giovedì 9 febbraio 2012

2011 - DEFRAG GATE

 - della serie   “Se il nubifragio impazza prima che io sia pesce”


Nel tentativo di fissare il mio pensiero 
mentre “disseziono” l’Italia in cerca di una nuova pagina bianca, 
forse ho solo ampliato gli angoli di una scatola sempre più stretta 
in cui non riesco più a porre tutto quello che è da sempre già contenuto in un piccolo quadrato bianco su bianco, 
nascosto da qualche parte, tra scorie e storie.






Il pensiero di una mostra in Calabria, in mesi in cui si discute quasi a guerriglia sul festeggiare o meno l’Unità d’Italia, non può che essere per me un’occasione per “esportare” le mie inquietudini sulle DISPARITA’, raccolte qui metaforicamente in queste pagine d’agenda a giorni dispari.
“Di spari c’è chi continua a morire, e il suo quotidiano è un infinito ieri”.
Da circa un anno ho ripreso a frequentare il “mondo a parte” della Mail Art in cui frammenti del proprio pensiero si innestano imprevedibili nelle giornate altrui, innescando nuovi invii e nuovi progetti. Forse il rispolverare questa pratica un po’ anarchica e “obsoleta” smuove in me una riflessione su come possa bastare anche solo un rettangolo di cartoncino per esprimersi all’altro, senza grandi ingombri e pretese e toccare con mano un dialogo in viaggio su cm 10,5 x 14,5 di condivisione.
Sono stata invitata ad esporre all’Open Space per la mia decennale pratica di “ripiegamento cromatico” di pubblicità e imballaggi in improbabili marchingegni-rebus, ma in un momento in cui si toglie ogni giorno respiro vitale alla Cultura e al rispetto dell’Uomo, non mi è riuscito restare estranea al momento contingente e all’idea di un viaggio “con le mani in tasca strette a pugno”.
Non riesco a cancellare l’immagine di quanti, vivendo un momento drammatico e cruento a poca distanza dalle nostre coste, guardano all’Italia come a una zattera di salvezza verso la libertà, quella stessa che, seppur con ben altre tinte, meno fosche e mortali, noi sentiamo inscatolata e gettata sullo scaffale di un ipertrofico mercato d’anime. Siamo sempre più solo soggetti-target di consumo e questa maldestra zattera Italia strattonata in mezzo al Mediterraneo ha perso la bussola e sta sfaldando il suo spessore culturale in parco giochi per pochi.
I profughi che premono con la loro urgenza vitale, connessi a noi dalla sola pelle tratta in salvo, ci insegnano forse a premere il tasto reset e connetterci al corpo nudo di una Storia che rischia di finire in polvere spazzata sotto tappeti che non volano più, né nelle favole per nuove generazioni, né nell’aria viziata da gadgets che puntellano identità rese inconsistenti da un superfluo invasivo.
Alle pareti sacchetti di plastica, cartoline deturpate e pagine di storie sospese, immagini campionate in “pixel digitali” compressi in cattiva ricezione da switch off dell’Italia, deviate e distorte come una Storia mistificata e narrata ad uso e consumo di chi “manipola manopole in monopoli” falsando l’autenticità a suon di perline colorate e specchietti rilucenti.
Storie e Scorie, perchè pari suono?                                
raffaella formenti - febbraio 2011




-DISPARITA- la nuova AGENDA per arrivare leggeri alla fine del mese

l'agenda con solo i giorni dispari permette a chiunque di arrivare più
agevolmente a fine mese senza tirare la cinghia... e dimostra la teoria
della cerchiatura del quadrato. qui è un po' in piccolo...
è la versione tascabile, per avere meno bile da mettere in tasca.

martedì 10 gennaio 2012

2008 - Auszug aus dem Paradies.


raffo for  “European Mirabel Company” in Kleinsassen

Auszug aus dem Paradies.                        
La “Cacciata dal Paradiso” è la babele terrestre, la Babele Mediatica.
E’ la fuoriuscita dalla cornice e dalla tela, luoghi appartenuti a tutti coloro che si interrogano sul “vedere”, e che davano loro identità sociale riconoscibile...

Noi avevamo Mirabel come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e di discussione.
La Pittura aveva la tela come Paradiso, come luogo privilegiato d’incontro e discussione.

Ma da tempo il “luogo sacro” è esploso e il concetto di Arte ha inglobato l’intero senso del vivere e del comunicare. Gli artisti indagano il proprio frammento di universo e non ha più senso cercare un linguaggio comune, ma solo l’autenticità di espressione, l’urgenza del dire: spaesati si guarda al proprio e all’altrui sentire in cerca di un’identità comune, per accorgersi che il vero valore è ora la pluralità e la differenza poste a confronto.

Il mio Paradiso Perduto è la “dannazione-libertà” di un viaggio continuo e senza risposte certe, tra le dimenticanze di un vivere senza pause d’ascolto.
Lavoro sul linguaggio disperso, preso a calci come una vecchia scatola vuota, rannicchiato agli angoli della metropoli come un senzatetto invisibile. Strappo alla città le sue apparenze di gaio colore, gli accattivanti imballaggi del consumo, messaggi, segnali, pubblicità, storie di inutile accumulo.
E ad ogni nuova mostra prendo spunto dal luogo fisico in cui mi trovo o dal dialogare con gli altri artisti, per ricostruirne un frammento attraverso concrezioni, installazioni, torri informatiche, cariche di tutti i linguaggi della Babele dell’Arte, e prive di risposte univoche.  Il mio lavoro diviene il luogo stesso di “cacciata” da ogni paradiso protetto, un viaggio solitario e allo stesso tempo comune a chi ama perdersi per ritrovarsi.

Non c’è una mèta precisa in questa deriva d’incontro e lontananza. Ognuno si permea del proprio credo artistico, e quando le traiettorie s’incontrano nuovamente ci si pone in ascolto degli altri linguaggi e del loro grido di “Abbandonati al Fluire” senza le sponde protettive della “cornice-paradiso”, il luogo magico “preposto e identificante” in cui l’Artista nel tempo si è cercato lasciandovi tracce della sua visione del vivere.    raffo - 2008

2011 - AMO IL MARGINALE. CHE NON E’ UN VENTO. O FORSE SI’







Ogni quesito a volte ha risposte squadernate in piena luce, a volte graffiate in bianco su bianco lungo lo spigolo dove il Tempo incontra lo Spazio.





Ho più quaderni iniziati, molte agende su cui scrivere senza che sia il loro anno deputato, senza avere un ordine di pensieri, caselle o titoli.
Venti anni fa ho voluto iniziare il mio quaderno da una pagina qualsiasi progettando di usarlo senza ordine consequenziale e senza datare l’appunto. Aprire a caso e scrivere, aprire a caso e leggere, sganciandosi dalla cronologia lineare.
Solo formalmente il mio lavoro sembra disperdersi nella molteplicità del fare (concrezioni, installazioni, video) perchè la mia ricerca non è nella forma impressa alla materia, ma nel suo farsi pagina e contenitore di pensiero, mio e di chi guarda.

Il pixel (il piccolo modulo che gioca con ironia cartacea con il suo alter ego virtuale) nasce dalla ripetizione di un gesto di piegatura con cui trattenere un frammento d’informazione dalla caducità del messaggio di cui è ambasciatore denigrato e transitorio. Piego la carta in un gesto di archiviazione che ne annulli ogni valenza di comunicazione diretta e farne un improbabile tessera di mosaico infinito.
Il dire si perde, ma ne resta il colore.
Nel caso dei lavori esposti, il bianco, strappato al rovescio di sgargianti manifesti pubblicitari che non campeggiano più sovrastandoci, sbucano da un angolo. Non urlano più il loro dictat, mendicano uno sguardo in silenzio, ammutoliti come pesci in una boccia di cristallo.

Amo lavorare sul marginale e lasciare i miei appunti scegliersi il luogo da cui specchiarsi negli sguardi altrui, senza confinarli nelle caselle deputate.

Quasi un secolo fa qualcuno spezzò il magico rifugio del pittore e ne richiamò l’attenzione oltre la tela. Ogni piccolo frammento della realtà iniziò a essere inglobato dall’artista, questo dubbioso indagatore che scava ovunque motivi di alchimia gli restituiscano il “bello” nella sua complessità, quel senso dell’esserci che a volte si nasconde nei pertugi più sconnessi, nelle pieghe più nascoste, negli angoli più bui, nei materiali più quotidiani e semplici.
Come per i regali: quel che conta è il pensiero, a dar forza a una scheggia di nulla,
e ciò che nasce nello scriversi in esso.
La scrittura è involucro, è imballaggio, è scatola per trasporti, è la forma più disperata di riciclaggio del sé in cerca di senso.
E il bianco è scatola aperta al dirsi.
Il colore coinvolge, racconta e attrae.
Farlo risuonare nel bianco è un invito a scavarne l’essenza.

raffaella formenti
(appunti ritessuti in occasione della mostra Women White - la dimensione dell'infinibilità - Galleria FABBRI.ca - 2011)

martedì 19 aprile 2011

da aggiornare

,...

venerdì 1 gennaio 2010

da aggiornare

...

sabato 26 dicembre 2009

2013 Intervista - da Maria Paola Orlandini


2013 – Intervista scritta con Maria Paola Orlandini per il sito Le Buone Culturali


Domande:


La sua decisione di lavorare nel campo dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

Mi sento come il pittore preistorico tacitamente delegato/relegato in grotta dalla tribù a trasporre in segni propiziatori la quotidiana caccia di sopravvivenza, e sento che dalla buona caccia altrui dipende il mio nutrimento emotivo e culturale.

Nel “campo” dell’arte c’è un tempo di aratura, semina e raccolta ancora più imprevedibile e instabile di quanto non sia quello di un agricoltore, sottoposto ai capricci climatici che possono vanificare con gelate o siccità un intero raccolto. Anzi, ancor più, il raccolto nel campo dell’arte può anche non esserci mai, e per certo non ci sono indennizzi e sostegni europei...

Non ostante questo, penso che coltivare il proprio sentire e nutrirsi d’Arte resti per me indispensabile quanto il respiro. Ci si confronta e ci si abbevera alle opere e alla Storia dell’Arte, mentre si cerca una risposta ai propri perché e a quelli insiti nei linguaggi degli altri artisti, instaurando con loro un dialogo oltre ogni limite spazio-temporale. E si lavora non per rincorrere il nuovo ad ogni costo, o la “trovata” che faccia effetto, ma per “formattarsi” in una personale percezione e sguardo sulle cose.


> Tempo fa scrissi queste riflessioni in occasione di un dibattito, e mi piacerebbe riproporle:


”Scrivo due righe, sperando di non correre il rischio di finire chissà dove, in qualche pozzanghera a girare a vuoto senza trovare come uscirne e riempiendo l’aria di schizzi inconcludenti, anche se pur sempre d’artista…Per chi, e soprattutto perché, lavora un artista? Per esistere a se stesso, innanzi tutto, per scrivere da se stesso dei confini e prendere in essi forma, senza la quale non c’è leggibilità e comunicazione con l’altro da sé.

L’artista s’inventa delle simbologie a parte, un codice suo, una sua musica, qualcosa che dal suo sentire/riflettere/fare prende forma e inizia a esistere, in primis ai suoi occhi, e poi agli occhi di chi voglia ascoltare una nuova lingua o una modulazione delle precedenti con nuove parole. O con differenti silenzi.
La chiamano creazione, a me piace chiamarla alchimia.
Alchimia è quando una materia diviene altro e perde il nome che le dava confine, quello con cui la si era definita e ingabbiata in formula. Davanti a questa nuova “cosa”, deve ri-trovare la parola più adeguata per dirla, per nomarla, per normarla a regola di lettura.
Ma qualcosa che è totalmente definibile in parole perde in parte il senso della sua forma ed esperienza visiva, quella attivata con tanta fatica dal fare creativo che elide e moltiplica la superficie di ciò che conosciamo per amplificarne il senso.
Spesso a questo punto, a opera fatta, si toglie all’artista il ruolo di dio-adamo e lo si confina a costola intercambiabile di un sistema che ha costruito nel tempo precise gerarchie e normative.
Inizia così un lavoro di delega quasi in bianco, e a volte senza scampo, del proprio pensiero in mano ad altre persone che lo traducono al mondo.
Non me ne voglia quello Studioso e Critico d’arte che rappresenti in modo saporito e positivo uno dei poli di queste gerarchie, in origine il polo dei traduttori e traghettatori, ora sempre più travisati in detentori del Verbo che nomina e dà forma pure all’Artista, che da creatore diviene spesso solo un girabulloni alla Chaplin, intercambiabile a piacere come pedina di un altro gioco che non gli appartiene più, o a cui sceglie di appartenere in questi termini di “produttore”.
Solo con i giusti interlocutori, l’artista e l’opera tornano al centro e gli artisti possono esprimere la loro diretta traduzione, dato che sempre più spesso sanno usare il verbale oltre al visivo, e anche il pensiero, talvolta almeno... a volte è meglio non lo facciano. Spero non sia il mio caso.

L’artista è sempre grato a chi lo supporti e gli dia un luogo in cui prendere forma, in cui delineare il proprio sentire e la propria visione del mondo.
Ognuno può avere una storia da narrare, ma perché questa storia prenda forma per essere narrata e ascoltata da altri deve contenere un’urgenza in più, qualcosa che ci ossessioni, qualcosa per cui ti scappi di alzare la mano e prendere la parola anche se sei il più timido della Terra.
Per far questo è necessario ci sia il tempo della riflessione e la democrazia dell’ascolto, che si sia liberi di alzare la mano, e che esista uno spazio, un teatro, un libro, una galleria, un monitor, un marciapiede in cui esprimersi, spazi più autentici attraverso cui incontrare e scambiare Cultura. E quando dico teatro intendo un luogo amplificante, un luogo e un supporto in cui avvenga uno scambio. Scambio che sempre più raramente avviene nel mondo dell’arte, anche nelle Gallerie stesse, tese più al business del mercato che all’ascolto della Ricerca, la quale ha un’antica storia da cenerentola marginale, per pochi, o almeno così era quando l’opera era al centro del dibattito e della ricerca, e non solo pretesto per salotti o misurazione di potere sociale.
Ora c’è anche il palcoscenico della Rete, il massimo apparente di libertà, ma ogni brusio troppo intenso, che divenga rumore reiterato, tende a spegnere la nostra soglia di attenzione. “Il troppo stroppia”, diceva una volta la saggezza contadina.
Anche se è corroborante che ci sia una tracimante scelta di voci, a volte il sussurrato è più dialogante: poter scegliere individualmente i tempi e i modi della fruizione, senza rincorse e pressioni, compresi i pop up che ti si aprono mentre stai leggendo sul monitor, o la pubblicità che sbuca da ogni dove a distoglierci da una riflessione personale di ciò che i nostri sensi vivono. Vista la sua eccessiva ingerenza, è proprio quest’ultima che catturo e ribalto in colore e le faccio dire altro con il mio lavoro.” <

Il suo lavoro: un piacere personale o anche una responsabilità civile?

Sono convinta di una cosa: quando si è profondamente e autenticamente egocentrici, quando si indaga in se stessi come unico frammento di microcosmo a propria totale disposizione, cartina al tornasole di una vastità meno facilmente sondabile, quando lo si voglia fare con autenticità, si è sempre in dialogo costruttivo anche con gli altri e con la società intorno, e quindi il proprio agire è di per sé impegno sociale. Sempre, beninteso, che questa indagine non sia un puro esercizio ombelicale o di mera gratificazione per le proprie nevrosi, ma un raffrontarsi dialogante tra sé e i linguaggi artistici, antropologici e culturali di cui siamo sedimentati.

L’Arte ti traversa senza chiederti il permesso e si appropria del tuo fare, che tu lo voglia o no, e di solito le cose migliori nascono quando si perdono per un attimo le griglie di riferimento e il progetto puramente razionale, e si lascia uno spiraglio a che in esso si inserisca il caso e il respiro dei luoghi. Questo l’ho sperimentato proprio poche settimane fa, nell’ultima mostra in cui mi sono trovata coinvolta. Avevo progettato a tavolino, in base alle foto dello spazio espositivo, un intervento su di una colonna. Al momento di montare scopro che lo spazio non era più lo stesso e la colonna non era disponibile; dopo un tonfo interno da spaesamento e un’arrabbiatura trattenuta e domata, ho lasciato che tutti i lavori degli altri artisti venissero posizionati a parete e mi sono messa in ascolto del luogo e di ciò che mi poteva offrire nella sua nuova identità. Sono stata male fino all’ultimo, con una tensione, direi quasi terrore, di non riuscire a far nascere il lavoro. Poi, man mano che posizionavo il materiale preparato, lasciandomi anche guidare dallo stesso, l’installazione ha trovato il suo respiro, il suo equilibrio concettuale, spaziale e, cosa che non guasta mai, anche cromatico. Venendo dalla pittura non riesco a prescindere da un’armonia anche pittorica nei miei lavori. Spesso è un di più rispetto al concetto su cui sto concentrando l’agire, ma penso che l’armonia espressiva del colore sia anche forza attrattiva per innescare il dialogo con chi si avvicina alle mie esperienze visuali.


Lo scultore Nunzio una volta mi ha detto: “Per un artista la difficoltà non sta tanto nel fare, quanto nel mettersi nelle condizioni di fare”. Questa affermazione forse è tanto più vera per una donna. Cosa ne pensa?

Arginare la quotidianità che frammenta il pensiero e lo vanifica in reiterazione del già noto, questa è la grande battaglia. Se ogni giorno c’è solo il tempo di fare quattro bracciate e non le dieci vasche necessarie, difficile avere il fiato per immergersi dove non si è ancora stati. Ormai si potrebbe passare dalla culla alla tomba solo lasciando che la quotidianità spiccia ti riempia ogni momento della vita, sia essa rappresentata dal piacere degli affetti o da fastidiose burocrazie, da rituali sociali o impicci di salute. Resta ancora e sempre basilare la famosa “stanza per sé”, di cui parlava Virginia Wolf. Una porta, fisica o mentale, invalicabile per gli altri, compresi i sensi di colpa. Sicuramente la disponibilità del tempo femminile al servizio degli altri, su cui ancora regge l’equilibrio sempre più deteriorato della società italiana, rappresenta una delle sabbie mobili in cui si rischia di restare inghiottite, insieme al fardello più o meno cospicuo di sensi di colpa, di cui si viene rifornite fin da piccole, se per caso ci si discosta dal ruolo di cura all inclusive, comprensivo del supporto agli obiettivi altrui calpestando i nostri: quello che io chiamo”smarrirsi per accompagnare gli amici a casa”. Anche da ragazzi si faceva, ci si accompagnava più volte a vicenda, poi era sempre il più gregario dei due a rientrare a casa da solo...


Oltre agli ostacoli personali, ci sono altre barriere da superare? La burocrazia? La mancanza di fondi? La diffidenza dei galleristi? Qualche esempio

Il miglior esempio è il mio starmene fuori dalle caselle della tombolata: mi ci vuole talmente tanta energia per seguire le procedure dettate dal gioco, e lo avverto ormai così sfalsato rispetto ai significati quasi alchemici che attribuisco all’Arte, che tendo a star seduta sulla riva del fiume. Forse per la recidiva ingenuità che sia la qualità a trovare e segnare la strada, senza che io ci investa il fiato che non ho. Ho la testa tutt’uno con le emozioni e, purtroppo o per fortuna, ho dimenticato di erigere compartimenti stagni per isolare spazi dediti a burocrazie, giochi di ruolo, strategie... Di sicuro il mio carattere non mi agevola ed è il mio ostacolo principale. Ho intrapreso gli studi a Brera a trent’anni, prima lavoravo e dipingevo da autodidatta, ma mi urgeva nutrirmi di altro. Avevo già due figlie, così quando ancora mi sentivo dire dai galleristi la solita tiritera:”Poi voi donne lasciate e mettete su famiglia...”, io rispondevo:”Già fatto, e ormai sono autonome”. Non è mai vero del tutto, anzi, sono io la prima non totalmente autonoma dagli affetti... ma credo non lo siano nemmeno gli uomini artisti, anzi!... Con la differenza però che nel loro caso sono gli affetti e i galleristi a piegarsi ai loro tempi ed umori...


Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?

Lo penso ad ogni risveglio, se devo esser sincera. E ancor più quando il cane del vicino inizia a guaire alle sei di mattino. Essendo io una nottambula, riesco a riappacificarmi con la vita e con me stessa solo verso sera, e il mattino dopo ricomincio daccapo a dovermi convincere che vale il viaggio questa ossessione che mi accompagna da sempre, questo moltiplicare la superficie del reale con altre riflessioni e pieghe imperscrutabili, anche se apparentemente giocose. Cessare di indagare linguaggi e materiali è cessare di respirare. Coinciderebbe. Ho sperimentato in varie occasioni alcune sgradevoli crisi di “astinenza”, in cui coinvolgo sotto la nuvola nera anche chi mi vive accanto. Impossibile smettere, posso ridurre la dose di progetti attuati, ma qualche piega al giorno, qualche scarabocchio, qualche scatto fotografico non posso evitarmeli. Ho la fortuna di giocare su più registri espressivi, e quando non ho lassi temporali abbastanza vasti che mi permettano di nuotare al largo in acque sconosciute, bordeggio ripercorrendo con nuovi interrogativi ciò che mi capita a portata di mano.


Si possono rinvenire degli elementi comuni tra le vicende delle donne impegnate nel campo artistico? O ciascuna costituisce un caso a sé, un’individualità, come è caratteristico oggi, di tutta l’arte contemporanea, non più organizzata per correnti o movimenti?

Ho sempre avvertito un triplo muro da sfondare, un triplo esame da superare, una tripla sfida da reggere, ma credo che sia così in tutte le professioni. E come in tutte le professioni, é divenuta necessaria una specificità tale nell’approfondimento del proprio linguaggio, che è quasi naturale divenire monadi solitarie, concentrate sul proprio chiodo fisso.

Movimenti e correnti hanno perso motivazione d’esserci (se non per forzare con un grimaldello da banda il Mercato, usando la formula “l’unione fa la forza” e fa più rumore...), e tentare d’ingabbiare i percorsi in sottogruppi affini è agire con un ottuso bisogno di incasellare, perdendo l’intrigarsi nella scoperta delle singole specificità di ricerca. Sicuramente ogni artista donna ha avvertito sulla propria pelle la difficoltà dello “specchiarsi” nella Storia dell’Arte, nelle cui pagine ha presenza ancor meno che marginale. Questo può mettere a dura prova il proprio equilibrio e il sentirsi in diritto di essere parte in causa. Ci sono ancora artisti che sostengono che l’Arte è la sublimazione della loro “impotenza a partorire”, e che quindi è impossibile che la donna ne sappia percorrere appieno la ricerca, in quanto già preposta a generare vita. Io ho due figlie, e questo non mi ha precluso di vivere intensamente quei meravigliosi trip euforici d’estasi creatrice di cui “loro” narrano, (magari tra una modella e l’altra), quando sei tu stessa la prima a stupirti di ciò che sta nascendoti tra le mani, davanti ai tuoi occhi, al di là di ogni progetto, di ogni volontà e di ogni apprendimento tecnico: quando scatta quel quid imponderabile che ti fa sentire la vibrazione dell’autonomia dell’Arte rispetto a ciò che sei tu, nella tua finitezza di persona.


Pensa che ci sia una qualche specificità, una qualche “innata” vocazione di genere, che le donne esprimono nella fase di ideazione e di produzione artistica?

Sono stata sempre refrattaria e quasi allergica alla lettura di genere, ed è forse come stare ancora a disquisire sul sesso degli angeli. L’Arte travalica, quando è autentica contiene in sé il maschile e il femminile. Quello che purtroppo resta chiaro è che se è un uomo a ricamare una lacrima sul viso di una diva è un Artista, se lo fa una donna... Se è un uomo a piegare i Topolino è un Artista, se lo fa una donna.... Anni fa, molto prima delle lacrime da diva del Famoso pupillo di Prada, c’era un’artista, anch’essa bresciana, che ricamava a punto croce membri maschili. Era un’operazione molto forte e coerente con le sue precedenti ricerche, ma una donna che ricama appare quasi banale... può anche urlare il suo spessore culturale che tanto non otterrà la stessa attenzione data qualche anno dopo al ricamo al maschile.


Esiste tra le donne una più marcata competizione?

Probabilmente sì, ma come in tutti gli ambiti suppongo, dovendo, in quanto donne, raddoppiare gli spintoni per adeguarsi a competere secondo i canoni in voga, ma solo perché ancora non si è riusciti a rafforzare una diversa modalità e un’altra scala di valori.

Questo sgomitare avviene quando il fine competitivo sono le luci della ribalta, forse avviene meno quando è la ricerca al centro del proprio misurarsi, anzitutto con se stessi. Sono così idealista che credo ancora che l’Arte sia un percorso di conoscenza e non una battaglia per chi arriva primo. Primo rispetto a cosa, primo rispetto a chi? E ormai anche primo dove, su questo globo con sempre nuove chiese inventate ad hoc: gli artisti divengono loro stessi merce da scaffale, in attesa del tocco magico di un critico, di un mercante, di galleristi global... manca solo la quotazione in Borsa... O l’estrazione al lotto: giocare sulla ruota di Shanghai o su quella di Dubai?... Per me ha ancora senso avere stima e spazi di sostegno e confronto con poche persone che credano nella mia autenticità, ma anche questo è un terno al lotto...


Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

Ho incontrato sul mio cammino solo poco tempo fa un gruppo di filosofe le cui riflessioni credo valgano la nostra attenzione. Tra queste campeggia Annarosa Buttarelli, docente di Filosofia a Verona, che ha appena dato alle stampe “Sovrane”, in cui riflette su quali possano essere le peculiarità positive del regnare al femminile, a cui guardare per uscire dall’impasse attuale della politica e della poca considerazione data all’Arte e alla Cultura. Buttarelli è anche una degli intellettuali “colpevoli” di aver dato il via anni fa all’ormai famoso Festival della Letteratura di Mantova, e l’ideatrice, insieme ad un amico artista, Lucio Pozzi, di una serie di brevi atti unici d’arte, gli Eventi MAT/tam, eventi che durano esattamente due ore, ogni volta in luoghi diversi e non necessariamente preposti all’arte, e in cui l’artista invitato si pone in dialogo con i presenti che gli rendono visita e a cui presenta se stesso e la propria ricerca. Mi sono trovata coinvolta in prima persona ed è stato molto diverso da ciò che si prova quando si inaugura una Personale: lo ricordo come un concentrato d’incontro umano e di reciproca curiosità, di volontà di dialogo, pur se in assenza totale di buffet e vini... punto aggregante e spesso unico motivo di frequentazione delle Vernici! Io non sono mai stata frequentatrice di luoghi per sole adepte. Credo sia più autentico il confronto vis à vis con tutte le peculiarità dei generi in campo che, a ben vedere, non sono solo due. Credo che, anziché un nuovo iter fondativo, possa essere interessante sondare i percorsi carsici nascosti qua e là nelle singole realtà cittadine, come le riflessioni ormai decennali del gruppo Diotima, di cui ho letto di recente “Il pensiero dell’esperienza”, che riunisce le testimonianze di diverse intellettuali, italiane e non.


Una proposta concreta per mettere al primo posto della coscienza e dell’agenda politica del paese la cultura.

Non ho soluzioni… Non saprei… Anche fosse solo lo smettere di pensare che si debba abbassare ciò che è elevato e faticoso da raggiungere, che solo trasformando i musei e le città in parco d’intrattenimenti si possa arrivare al pubblico. Piuttosto far sì che i Musei divengano una chiesa laica attiva nel quotidiano della gente, un luogo aggregante in cui vivere la propria città, ormai svuotata dalla frequentazione assidua di ben altra chiesa, il Sacro Centro Comerciale e le sue cappelle con sfavillanti attrattive di consumo. I musei troppo sterilizzati o sviliti in farsa non pulsano futuro e nuove riflessioni. Se almeno i residenti avessero un più agevolato uso delle strutture della propria città, sarebbe già lievito di contaminazione in più e partendo dal territorio e non da carte, timbri e direttive.

Mi ha colpito (non so se sia ancora così, ma fino a qualche anno fa lo era) constatare che in Austria viene dato l’accesso gratuito ai musei e ai teatri ai meno abbienti, considerando la Cultura importante nutrimento quanto il pane. Forse sarebbero completamente da ribaltare i riferimenti con cui si calcola il PIL, e sarebbe il momento di rimettere al centro il benessere dell’Uomo non solo nella sua accezione materiale e consumistica. Anche se la vedo complessa... Siamo in un Paese in cui si cancella l’insegnamento della Musica e della Storia dell’Arte nelle scuole, anziché farne il perno, considerando l’unicità mondiale del nostro patrimonio culturale. Arte e Musica sono ancora ritenuti solo una perdita di tempo...o alla peggio uno status symbol da esibire... Mi sento chiedere: ok, sei artista, ma che lavoro fai? In Italia ci sentiamo tutti artisti, guai ad avere la presunzione di voler vivere respirando l’Arte nascosta ovunque, nutrirsene con gusto e non con noia. E tanto meno come giostra per comitive annoiate, com’è avvenuto a suon di Impressionisti a Brescia. Avevo i pullman fin sotto casa, ma una volta sbaraccato il “circo Goldin”, la città si è trovata solo con le Casse totalmente spazzolate... Credo comunque che sia il tempo anche della navigazione virtuale, e in essa chi veramente vuole può trovare input mirati per costruirsi un cammino di conoscenza, un tempo inimmaginabili. Forse abbiamo perso il “privilegio del contadino” che, passando una vita su di un fazzoletto circoscritto di quotidianità rituali, poteva alla fine dei suoi giorni dedurre sagge certezze dalle sue esperienze, ma alle certezze l’artista rinuncia già a priori, come al pensare che le soluzioni, ammesso che ci siano, vengano dalle Stanze dei Bottoni.


venerdì 11 settembre 2009

2014 - About SCREEN SHOT

Scusa se ti rispondo solo ora, ero altrove.

Premesso che non so a chi tu ti riferisca e quale vicenda ti abbia sollecitato questo sfogo, cercherò di esprimere cosa intendo con la mia frase, anche se ammetto che istintivamente succede che venga voglia di reagire così davanti ad alcuni lavori presentati come arte.

Conta l'intenzione, il prima e il poi, cioè capire/sapere/sentire il motivo per cui nasce quel dato screen-shot presentato, il percorso di ricerca che lo ha preceduto e il senso che esso acquisisce e ciò che può voler indicare.

Non so a che artista tu ti sia riferita, ma prima di ironizzare sulla parola, seppure abusata, ci si può chiedere cosa l'abbia spinto/a a fare quel gesto che a noi può anche parere una semplice e banale cazzata.

Anche un taglio nella tela era apparso così.

Uno screen-shot non è solo un tasto premuto. Contiene senso: nella scelta di farlo, nel su cosa lo si fa, nella sua estetica interna, nelle possibili letture dei contenuti catturati, nel come cambia il contenuto da uno all'altro, nel...

E anche da come si guarda e come si reagisce davanti a quel semplice gesto.

Davanti alla pluralità dei linguaggi odierni ci sono diversi atteggiamenti con cui si può reagire. O sentirsi presi per il culo e stigmatizzare chi ci si fa sentire così, o decodificare i gesti, dando per scontato che anche gli altri applichino una loro intelligenza e sensibilità quando fanno qualcosa, al di là che ci possa piacere, interessare, o che noi la si ritenga una banalità. Ogni inezia se isolata e analizzata può diventare oggetto di indagine e di ricerca, sia estetica che filosofica. Conta l'intenzione, il prima e il poi. Se ciò che questa persona ha fatto prima dello stamp è privo di senso e di spessore, se ciò che questa persona dice con lo stamp non acquisisce spessore anche dai suoi pensieri/atti precedenti, se questa persona dopo quello stamp sembra continuare a giocarci senza nulla aggiungere di determinante, allora solo potresti forse ironizzare sul suo gesto. ma disprezzando un gesto altrui non acquisisci più meriti sui tuoi gesti né più certezza su cosa sia o non sia Arte...


Voglio pensare che ognuno nella propria ricerca creda nel senso dei propri gesti, che essi ci interessino o meno. Di sicuro la parola "artista" è abusata e stiracchiata per indicare persone che ci marciano, basterebbe forse chiamarli ricercatori visivi. Uno stamp è un luogo di una diversa estetica e saperne guardare il senso apre ad altri percorsi d'indagine. Io ne faccio uso, ma non abuso. Non deve restare un riquadrare elementi fine a se stesso. Ma uno stamp bene agito ha la stessa valenza di un collage di poesia visiva, con uno spostamento del mezzo utilizzato. Come ci sono dei collages insulsi, dei disegni insulsi, dei quadri insulsi, così ora ci saranno degli stamp insulsi, ma chi li ha fatti e li divulga ci ha creduto, e se non si ha le prove che il suo prima, la sua intenzione, e il suo poi facciano proprio acqua, semplicemente gli si lasci la libertà di esprimersi, rispettando la diversità del suo linguaggio. Che poi la definizione di artista abbia ormai smarrito i suoi contenuti anche sociali, questo è tutta un'altra riflessione. Scusa se mi sono dilungata, ma se ti avessi risposto con una semplice frase o una battuta non avrei avuto rispetto per la tua domanda e rispetto per il mio pensiero. Buon lavoro di ricerca. raffo
(in risposta a Corona Perer, di Sentire, giugno 2014)


venerdì 28 agosto 2009

da aggiornare

...

lunedì 17 agosto 2009

2009 frammenti Corpo 12

Mai sminuire il valore di un pomeriggio in cui tra un acino d'uva e un sorso di vino si sia piacevolmente persa la percezione del tempo e ritrovate le parole per dirsi all’altro senza remore e timori



Pixel verbali rapidi e concisi riassumono in flash i pensieri Bigini del dire. Compressioni jpeg di vissuto transitano a caccia di legami.
L’immaginario lievita nella madia-driver dei nuovi media e lo scrivente modella volti e vite da brevi frasi captate in chat, per trapiantare in parole tattili i propri sogni altrove.



Un rapido movimento a chiudere uno spazio. Un segno cinge e strappa archiviando parole.
Mozziconi di pensieri come sapori nuovi o gesti improvvisi dirottano lo sguardo.
La parola accende giochi di rimandi sposta di casella il senso e ogni spazio di arrocco.



Il desiderio è di scrivere lasciando che sia lo stesso gioco delle combinazioni a incalzarmi mentre rastrello parole tra le righe e le raccolgo in humus per carpirne un frutto nuovo che nutra con le sue carni il suono con cui svelarmi a te che frughi tra i miei semi di errore.



La parola vergata a mano scrive molto di più di quanto non voglia dire. Contiene.
E' ruga di emozioni senza maschere né cancellature.
E' una piega indifesa in cui infilare lo sguardo per capire le sfumature del pensiero celato tra le righe

venerdì 17 luglio 2009

2005 - About STAMPixel


CLIK. E’ lo scatto dell’otturatore, suono solo simulato ed elettronico della mia inseparabile Olympus digitale. Mi prendono in giro perché la estraggo di tasca nei momenti più improbabili, l’accendo e scatto con una mano sola, strappando un istante allo scorrere della giornata. Catturo immagini, frammenti senza cronologia. Così come riporto in studio dal mio girovagare le spoglie inermi del consumo, scatole, involucri sventrati dall’acquisto, e colorati volantini che ne propongono il godimento. Colori e forme del comunicare, veicoli che trasportano nutrimenti e desideri, scorze in carta di sogni e progetti, con cui invado me stessa e gli spazi espositivi dopo aver dato loro nuove forme, cromie e significato, trasformati con immagini e strappi.
STRAPPO. SCATTO. CLICCO. Riverso nel computer ondate d’immagini e le rimescolo a suon di mouse sul monitor, inseguendo imprevedibili combinazioni di frammenti che si intersecano con le scritte stesse di Photoshop. Respiro in zapping. Lo si fa ormai con i film, i libri, i pensieri, le persone. Momenti, come cocci di un insieme che non si arriva a leggere nella sua interezza, strattonati da sollecitazioni che si accavallano sovrapponendosi di prepotenza al semplice porre un passo appresso all’altro, senza una mèta, lasciando che oggetti e luoghi configurino con casualità il dove.
CLIC. Una foto archiviata che non risponde ai comandi. Esce una scritta che annuncia un guasto nel salvataggio. Un errore. Il codice binario è uscito di rotta e dallo sbaglio nasce l’imprevisto. E trovo. Forse ciò che cercavo. La chiave per unire i miei strumenti in dialogo: scrittura, fotografia e materia.
La mia attitudine sul lavoro ha sempre conservato il gesto quasi sospeso della scrittura, uno scrivere con le cose che si trasformano una con l’altra attraverso spostamenti minimi, quasi trattenuti, con un oscillare continuo tra il controllo totale della mente e il perdermi nel lasciar parlare la materia stessa. Lo stupore deve essere il mio per primo. Se ogni volta che lavoro sapessi già l’esatto risultato sarebbe la noia. Non reggo la ripetizione del fare, che porta a qualcosa che già conosco. Per chi segue il mio lavoro questa affermazione sembra quasi una bestemmia. Mi vedono da anni costruire pixel, piccoli origami che utilizzo come tessere di colore per le mie concrezioni, piegare carta con gesti che compio ormai a occhi chiusi, mentre girovago per la città ad ascoltarla correre. Eppure un’apparente ripetizione infinita mi tiene saldamente in pugno solo per l’infinita diversità possibile dell’utilizzo del materiale che si addensa di volta in volta in variabili combinatorie.
E ogni volantino piegato in pixel è una nuova scoperta di come andranno a combaciarsi i colori, studiati dal grafico per “imballare” il messaggio, e ora stravolti da una piegatura che ne costruisce un nuovo ritmo.
E l’illeggibilità. La parola torna colore e tace il messaggio esplicito, azzerata dal moltiplicarsi di altri e altri messaggi che strattonano lo sguardo che ha solo il tempo di una carezza distratta dei contorni. Dei pensieri. Del sentire. Strappati.
Strappo le immagini con un CLIC sul monitor, e frammenti di un volto, di un lavoro, di un luogo, si intersecano in nuove storie, cromie, suggestioni. I colori scomposti in primari, quasi una prova di stampa prima del via definitivo alla versione finale, che in video non c’è, è in continua possibilità del nuovo. CLIC. Il mouse come la macchina foto.

E ancora il puzzle si trasforma in altro, e c’è una strana tensione tra il mio sguardo e la mano, come quando si insegue un colore col pennello e senti la lotta tra il gesto e il pensiero che si placa solo quando non distingui l’uno dall’altro e ti perdi nello stupore del nuovo.
Ho il corpo immobile davanti al computer, sono le due di notte e ancora non mi schiodo: riordinavo immagini le più disparate e ancora non ho potuto resistere dall’aprire il file che strappa alla memoria del programma l’avvicendarsi delle mie e sue immagini.
STAMP-CLIC. Catturo e fermo ciò che l’occhio sceglie come definitivamente mio.
E archivio il nuovo file dopo averne goduto l’imprevedibile nascita o averlo modulato con piccoli tocchi del cursore ancora in altre note, rimandando all’infinito di spegnere lo schermo fino a domani. raffaella formenti, 21 febbraio 2005

about STAMPixel vedi anche
http://raffaella-formenti.blogspot.com/2008/12/maschera-teatro.html



Sent: Friday, March 18, 2005

> caro Claudio, non sono sparita di nuovo, ma sono giorni affastellati tra una mostra e l'altra. 
Sabato ho esposto per la prima volta alcune delle immagini di nuova nascita ed hanno suscitato curiosità e interesse. Ma io non mi sentivo pronta e tutt'ora sono convinta che la natura di queste immagini per essere letta nel modo corretto debba trovare altro luogo di nascita. Altra luce. Mi sento limitata nella conoscenza di ciò che mi accade attorno nei nuovi linguaggi, e per questo non in grado, se non in una vaga intuizione, di supportare il mio file e i suoi strappi. Ciò che di particolare mi piace di queste immagini è che ribaltano il concetto di reale e virtuale, o almeno così mi sembra. Ricordo che all'ultimo anno di accademia mi arrovellavo sull'idea della falsa conoscenza così diffusa nel mondo dell'arte. Si presume di "conoscere" perché si è vista qualche riproduzione di quadri in quello che io chiamo “formato Fabbri”: la famosa enciclopedia d'arte che non riportava nemmeno le misure delle opere. "Conosco il tuo lavoro, ho visto un catalogo". Molto viene inventato nella propria mente come proiezione di un immaginario più o meno raffinato in grado o meno di avvicinarsi a quella che "dovrebbe" essere la reale natura di un'opera. Ricordo la prima volta che in Germania vidi dal vivo un'opera di Malevich. Capii di non "conoscere null'altro che ombre proiettate nella mia mente. Così cominciai a graffiare pellicole di diapositive scrivendo una sorta di diario segnico leggibile solo con la proiezione luminosa, e impossibile da riprodurre in cataloghi o altri luoghi di divulgazione che ne falsassero la natura. Le beghe in tipografia per un colore che non assomiglia alla foto del quadro....Che senso ha? Quando dipingevo ricordo le incazzature per un rosso mal riuscito in stampa...Ma già la foto era il primo orecchio di un lungo telefono senza fili, un passa parola che rende falso ciò che si conosce. Per quelle diapositive graffiate, (e per la mia mostra tascabile racchiusa in una scatoletta) quasi fui cacciata dal corso. Per arrivare al diploma feci la piega e portai i dieci lavori finali richiesti....Ma già non mi appartenevano più.
Con le mie concrezioni ho potuto litigare meno con i tipografi: il colore uguale non è così basilare, ma la questione è sempre rimasta in un angolo del mio cervello. Infatti quando studiai il mio primo catalogo nel '98 pubblicai una serie di piccole immagini tipo catalogo per corrispondenza, anziché immagini ben visibili, che dessero a chi leggeva la presunzione di dire " conosco il tuo lavoro". Poi i galleristi mi misero alle strette....
Ma ora il tarlo torna. Ho trovato delle immagini di luce, come le antiche diapositive, delle immagini che sono reali e veramente conoscibili nel regno del virtuale dove nascono. Se io invio via e.mail la foto di una mia concrezione, invio un'ombra, se io invio un'immagine nata direttamente dal computer, invio il reale di quell'opera, che diventa un'ombra falsa solo quando le cerco un qualsiasi altro supporto per esporla...Ma forse è giocoforza cercarlo, ed emularne l'aspetto estetico e cromatico con inchiostri e carte e tele e i supporti i più disparati. E ognuno di essi sarà l'ennesima ombra.
Ma nel più attuale e diffuso sistema di comunicazione di adesso le mie immagini saranno vere, senza false letture, senza mediazioni e traduzioni distorte. E questo mi piace. Poi non so ancora se è un gioco destinato a sgonfiarsi, o se veramente posso dire di aver trovato il modo di lavorare a quattro mani direttamente con il codice binario, seppur approfittando di una sua involontaria svista...



E' che finora le ombre su carta o su tela che ne ho ricavato non mi soddisfano. Travisano. Sviano. E hanno cromìe non mi appartiengono.
Mi sa che mi vado a infognare in un percorso economicamente insostenibile e assolutamente travisabile, finendo con stampare... copriletti e tende, anzichè dire ciò che vorrei! Ma nemmeno il lato decorativo-commerciale riuscirei a far fruttare...
Eppure concettualmente il file che strappa e si autocompleta continua ad avere in sé un grande potenziale, sono io tecnologicamente inadeguata per trarne il meglio e temo saranno i computer stessi ad impedirmi di proseguire oltre lungo questo percorso. Presto mi chiuderanno fuori dai loro errori di programmazione, riconducendomi forzatamente entro binari predeterminati, senza vie di "strappo".

giovedì 19 marzo 2009

PIXEL con garanzia di Storia…

I perché nascosti dietro il gioco dell’oca...



IL DADO E’ nel TRATTO

E’ il tratto che fa la differenza, la continuità nel percorso senza la quale non si costruisce la Storia, scelta dopo scelta, ponendosi una méta, pur senza dimenticare il tempo di pause e di attenzione al particolare. Un insieme di punti creano l’immagine di stampa, un insieme di pixel creano l’immagine a monitor, un insieme di chicchi creano nutrimento, un insieme di tratti di strada creano il percorso che costruisce il senso dell’Esserci. Gettare la spugna dinanzi a crisi e difficoltà significa rinunciare alla méta prefissata. Gettare i dadi è continuare ad accettare che nei nostri progetti interferisca il caso, a condividere o intralciare il cammino, ma non di meno significa proseguire. Forse ci si vedrà costretti ad aggiustare la rotta con la scelta di nuovi e diversi punti di forza, ma con profitto se al lancio dei dadi si unisce tenacia e creatività di pensiero. Dall’Arte e dall’imprevedibilità creativa di un artista possono venire sollecitazioni e riflessioni di nutrimento anche per altri ambiti lavorativi spesso con troppa linearità logica nel condurre il Gioco. E’ necessario difendere le differenze, le biodiversità della Natura così come di pensiero dell’Uomo. Nella diversità di approccio al fare si trova linfa fresca per proseguire, rigenerarsi, uscire dal labirinto in cui ci si intrappola quando si presume di essere detentori di ogni soluzione. La Storia la si costruisce con una lenta sedimentazione, passo dopo passo. Ci possono essere eventi favorevoli che ci danno la chance di superare qualche casella in un sol colpo avvicinandosi prima al traguardo prefissato, ma ci sono anche momenti di stasi e altri in cui si è costretti a retrocedere, ricredersi dei propri passi e ritentare con un diverso approccio. Gli eventi fortuiti bisogna avere l’attenzione e la prontezza di riconoscerli e coglierli per tempo, a volte anche innescando un corto circuito insolito nello sguardo con cui si analizza la situazione attuale. E’ importante sia l’attenzione al particolare che il tener sempre presente il tragitto già attuato . Le nuove strategie da giocare per proseguire spesso si delineano da sé, quasi fossero già scritte e riconoscibili solo riordinando le carte in nostro possesso. Un insieme di parole crea comunicazione e informazione. Conoscere in profondità il proprio ambito lavorativo può anche divenire sterile se non si ha attenzione anche per i linguaggi necessari ad interagire con i campi tangenti al nostro. Se coltiviamo strettamente grano biologico ma i nostri vicini passano all’OGM, possiamo essere certi che presto ne saremo contaminati. Quali precauzioni possono essere prese da ciascuno di noi a tutela del nostro lavoro se non attraverso un continuo e attento monitoraggio e approfondimento anche delle motivazioni alla base delle mosse di chi ci gioca contro? L’informazione è il dado da lanciare in un momento di crisi come questo, è l’unica che può veicolare i semi che varrà la pena di far germogliare perché ci sia un futuro che valga la pena di accogliere e raccogliere. raffo

martedì 17 marzo 2009

2008 - INPUT INPUT

Nel mio lavoro indago nei luoghi della comunicazione e delle parole con lo strappo e l’appropriazione di frammenti di ciò che vedo e tocco, ricostruendo concrezioni e improbabili marchingegni che diano un rivestimento tangibile, seppur immaginario, al mondo tecnologico con cui l’uomo ha aperto nuove e interessanti vie al comunicare.
...
Tracimando imput ogni rete s’irride di chi navighi privo di mèta.
Esaltanti cromìe catturano al clic tra banner di offerte lunari.
Tutto subito e ancora più gratis.
Sottocosto.
Sottocosta bordeggio sensi unici come vicoli ciechi.
Parole.
Lettere senza buca.
Buchi luogo d’arrivo. Bachi. Fosse baci. Ciliegie.
Un clic via l’altro e parole in connessione si palleggiano il tempo attorcigliando la curiosità al dito inquieto.
La foresta si fa bivi. Di finestra in schermata svanisce l’ora.
Sfioro tasti di tunnel contigui fino a gonfiarmi di rumorose noie.
Inciampo e sbarco tra cantieri di provvisorio.
L’annuncio mente e la botola si chiude in altre aperture.
Muri virtuali come reti di cantiere accennano luoghi invalicabili.
Il nuovo sorge e trasforma ogni baratro in torri e ring direzionando i passi in giro. Di vite.
Ho vinto la spesa. Di tempo e pensieri. Di attesa. Che ogni fame si faccia virtuale. raffo 2008

Dal catalogo " Nuove Sinestesie" - 2008

sabato 21 febbraio 2009

... far quadrare

Il quadrato
il riquadrare
la sequenza
la scansione

il continuo
il non finibile
l’infinitamente
qualsiasi

essenza
assenza
gioco scontato
e nuovo

un lieve filo
scorre
continuo
fluido
senza strappi
muti di e motivi

sabato 24 gennaio 2009

2008 about WIKI SCRAPS





Fino ad ora nel mio lavoro uno degli elementi concettuali reiteranti è il sottolineare come non abbia più respiro possibile un gesto, un evento, una ricerca, senza il "supporto sponsor", quindi, e non solo metaforicamente, nelle mie concrezioni è la pubblicità che regge la ricerca.
Ora in questo ultimo lavoro sottolineo come sia la pubblicità stessa che crea l'evento per autopromozione.
Ho abolito il supporto e la dicotomia tra pittura e supporto che analizzavo fin dai tempi dei fogli con la pittura solo appuntata in modo transitorio ad un supporto "espositivo", i tempi in cui mettevo in vendita una parte del foglio su cui dipingevo, come spazio per eventuale pubblicità a pagamento (sempre i primi pastelli, costituiti da una rete di segni, informazioni emotive anzichè pubblicitarie, ma pur sempre frames).
Ora costruisco stralci di messa in rete delle informazioni che divengono pittura tridimensionale senza supporti. E senza spazi appositi per gli sponsor.


Tutto il lavoro esiste solo perchè esiste la comunicAZIONE pubblicitARIA. Non è più dissociabile in due momenti distinti: il supporto (la pubblicità) che regge il fare (il momento di ricerca).



Nella serie "Rumori visivi" del 2002 c'era il concetto "più la gente consuma e più fa girare l'economia, più l'artista trova elementi di supporto al suo fare" (sempre non solo metaforicamente...nel mio caso!). Sempre presente come riferimento è il ruolo primigenio dell’artista sciamano tribale, esonerato dall’andare a caccia grazie ai suoi disegni forieri di buona sorte per l’intera tribù, che per essi (i disegni...) lo nutriva (essa tribù..).
In “Rumori visivi” usavo il centinaio di scatole gialle trovate fuori da un negozio della Mandarina Duck e le farcivo e sventravo di elementi pittorici in 3D. Più gli altri svuotano scatole, più io ne ho per rifocillare il mio lavoro...
Anche nella serie “Deriva” il lavoro si autoreggeva senza supporti atti ad essere tali, come in molte concrezioni lungo tutto il mio iter (es: TuWWWuoi del 2002, senza una scatola supporto, unicamente costruito di materiale pubblicitario). Ma c'era sempre un elemento aggregante a consolidamento formale della concrezione.



Ora c'è la perdita di forma e la sottomissione alla legge di gravità: se tutto è retto dalla pubblicità, se non esiste evento senza comunicazione, la forma e il senso costruttivo dei contenuti della comunicazione crollano sotto il peso stesso della pubblicità... oltre un certo quantitativo non se ne regge! (si cercano gli sponsor per reggere la pubblicazione di una rivista o nasce la rivista per dare un supporto alla diffusione pubblicitaria?)





E qui intervengono i chiodi. Un anno (’95 credo) feci una piccola performance fotografica: andavo a casa di amici, appendevo ad angolo un mio pezzo piantando un chiodo, fotografavo l'angolo tra le pareti (solitamente non considerato come luogo di esposizione) e poi mi portavo via il pezzo lasciando solo la traccia dell'evento rappresentata dal chiodo, che con la sua sola presenza apriva le due pareti verso una terza parete mentale, interiore a chi avesse assistito all'evento.
Ora in questa serie degli Scraps il chiodo acquisisce nuovamente significato, non dissimile ma contiguo a quello della performance. Il chiodo rappresenta un punto di scelta nella lettura dell'oggetto, in se stesso informe. Un intervento di memoria formale individuale di chi maneggia la "rete", lo stralcio di "info on web". A seconda della propria acquisizione culturale del concetto di estetica si cercherà di disporre il “corpo molle del conoscere” nello spazio e farne un uso "rassicurante" dandogli una parvenza formale stabile secondo il proprio gusto.

raffaella formenti 2008

CAPTCHA


"Con l'acronimo inglese CAPTCHA si denota nell'ambito dell'informatica un test fatto di una o più domande e risposte per determinare se l'utente sia un umano (e non un computer o, più precisamente, un bot). L'acronimo deriva dall'inglese "completely automated public Turing test to tell computers and humans apart" (Test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani).


Un test captcha tipicamente utilizzato è quello in cui si richiede ad un utente di scrivere quali siano le lettere o numeri presenti in una sequenza di lettere o numeri che appaiono distorti o offuscati sullo schermo.


In pratica ci troviamo a chiedere a un robot di riconoscerci come umani...

sabato 3 gennaio 2009

cesellare

intagli di parole che trasformino un foglio ripiegato in estensione di pensiero

martedì 30 dicembre 2008

2008 quando lo sguardo cattura e strappa

L’affollarsi che annulla reclama un luogo senza rumori visivi, un punto da cui dipanare il proprio racconto, uno schermo bianco su cui focalizzare una risposta di ascolto.

QUANDO LO SGUARDO CATTURA E STRAPPA
ciò che più conta è contaminare lo sguardo ad attardarsi sul marginale e renderlo così protagonista di un nuovo racconto…

...Mi è capitato di vivere il dietro le quinte di luoghi quali gli Ipermercati, e camminare a lungo per le Metropoli in corsa.
Ho seguito l’urgenza di accogliere nel mio lavoro il colore stesso della “pelle cartacea” che imballa il nostro quotidiano incedere.
Un calcio ad una scatola vuota, che ha terminato il suo ciclo di contenitore protettivo e accattivante all’acquisto, e questa scatola entra nel vivo di una sua nuova storia, insieme ad altri frammenti colorati che rimanipolo in un mosaico senza pareti.
E di oggetti cartacei mi nutro, e con essi cerco di dire cose attinenti all’oggi. E più la gente consuma, processo che non sono certo io a poter rallentare, più posso ossigenare il mio alfabeto di nuovi colori… Quelli stessi che solluccherano i desideri del compratore, slogan e frasi martellanti comprese, permettono poi a me di aver tinte sempre nuove per un ennesimo strappo di presente in cui, come un germinante corpo in crescita, un frammento chiama l’altro e la colla cattura le parole in una nuova storia.

Io amo strappare.
Strappare affreschi quotidiani. Parole. Immagini. Materiali. Luoghi.
Sovrapporli: affastellarli, o al contrario liberarli da ogni rumore che ne impedisca la “lettura”.

Solitamente strappo strisciate di “reale” con lunghi scotch lungo le strade tappezzate di colore. Strappo lunghi rotoli di parole facendo zapping tra i programmi televisivi e riscrivendone il passaggio come un amanuense in corsa.
Strappo scatole e carta alle cose da buttare e le sovrappongo a se stesse in un nuovo racconto. Ma strappo anche immagini nel mio vagabondare lungo il teatro umano e le scelgo a rappresentare il mio sentire.
Mi piace immaginare il ruolo dell’artista come colui che non cessa un istante di tenere il dito puntato sulla forma variante delle nuvole, invariabile presenza che ha trascorso le epoche.


Nessuna presunzione di aver la formula del “nuovo”, quanto piuttosto un ruolo di marker fluorescente, pensando i luoghi come immense pagine di appunti da cui estrapolare un dato significativo per la scrittura di “pagine” successive.
Non esiste il senso lineare del progresso in arte. Esiste la capacità o meno di trattenere in un’immagine la continuità di respiro del pensiero umano. Come traccia. Come tensione. Come semplice segno di scelta.  raffo

sabato 27 dicembre 2008

1991 - 2001 FESSURE

Cado distratta in un’occhiata di fessura dentro gli scavi celati da una staccionata di pubblicità. Una voragine come di gengiva scavata denuda gli strati di casa cadente. Un dente divelto, estirpato, e al suo posto un nuovo palazzo di specchi e formiche, tra carte e computers. Domani. Lo dice il cartello che loca. Elogia i vantaggi d’acquisto di un dente di smalto laccato, garanzia di sorriso. E sorrido. Di tutta una via, di scritte e prodotti, ho cercato con gli occhi soltanto qualcosa che apra la vista su ciò che non c’è. E tra queste parole. raffo 1991


didascalia immagine
FILE TEMPORANEO - 2001
Inserto pubblicitario in feritoia medievale

2005 - MASCHERA + TEATRO...






Il teatro è il luogo della messa in scena delle parole che trasformano e reinventano il reale. Dagli antichi affabulatori di strada ai più raffinati monologhi contemporanei, con la parola sono stati inventati luoghi e personaggi virtuali realmente protagonisti di una vita nello spazio temporale e fisico di una rappresentazione.
La maschera, presente con differenti significati trasversalmente in ogni cultura e in ogni epoca, nel teatro contemporaneo è rapprentazione virtuale simboleggiata da un segno, un gesto, un dire, un elemento di scena che permetta di calare attore e pubblico nella finzione dei personaggi e dei luoghi di ciò che di volta in volta si va proponendo.
Maschera è una luce, che esalta o nasconde; maschera è un inflessione particolare nel parlato, che dà precisi riferimenti atti a disegnare il personaggio e l’epoca; maschera è l’accentuazione del trucco sul volto, che sottolinea il carattere, o la cancellazione in bianco per il pirandelliano uno nessuno centomila che riveste tutt’ora il ridefinirsi continuo dell’uomo contemporaneo, il quale ha uno strumento in più per mascherarsi e reinventarsi a se stesso: il WEB.
I diari di un tempo sono usciti dai cassetti e ci si racconta in rete ad una platea di ombre senza contorni, e la parola delinea i tratti della propria maschera, scelta e costruita a propria reinvenzione, per vite parallele in un caleidoscopico gioco alla Pessoa. Raccontarsi differenti da sé in CHAT o in un BLOG, per un evasione dal proprio volto quotidiano: il WEB è il nuovo palcoscenico virtuale in cui ognuno “si” recita reinventandosi.

Nel mio lavoro indago con l’atteggiamento dello strappo, l’appropriazione indebita di frammenti di ciò che vedo e tocco, nei luoghi della comunicazione e delle parole, ricostruendo concrezioni e improbabili marchingegni che diano un rivestimento tangibile seppur immaginario al mondo tecnologico, con cui l’uomo ha aperto nuove e interessanti vie al comunicare.
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Un invito a lavorare sull’idea della maschera e il teatro ha creato in me come prima reazione un approccio d’indagine nei motori di ricerca in rete: maschera+teatro, ricerca per immagini.
Solo la parola maschera apre a molte letture: maschere antigas, maschere di bellezza, prodotti per mascherature per l’industria,….
Catturo dalla rete alcune immagini di maschere, e le sottopongo allo strappo del mio file catalizzatore, che le “maschera” nell’affastellamento di un surplus d’informazione.




Maschera+Teatro, estraggo informazioni dalla rete e ne faccio intreccio di ombre non approfondibili per eccesso di imput. Il tutto diviene intreccio di cromìe in cui s’intravede, dietro la maschera allettante del colore, solo la superficie di un tema vasto e multiforme.




Ma la mia idea di maschera da sempre è la parola, con la quale ci mostriamo o celiamo agli altri, costruendo il nostro esserci sul palcoscenico quotidiano. E la comunicazione virtuale è la nuova maschera contemporanea per reiventarsi e recitarsi nei differenti ruoli. L’opera "BLOG" nasce un po' da questa riflessione sull’ effetto CHAT e sulla moda dei BLOG, i luoghi del raccontarsi virtuale che permettono di mascherarsi di parole.





Mi sono immaginata un BLOG dandogli una forma, come una nebulizzata di colore sull’uomo invisibile che ne faccia percepire la presenza.
In mostra ci sarà questo duplice aspetto dell’idea di maschera: la maschera come superficie della conoscenza celata, nelle immagini STAMPixel che proporrò in monitor e a parete, e la reivenzione in concrezioni cartacee tridimensionali dell’atto dell’uomo del mascherarsi in virtuali coordinate di sé e nella ridondanza di parole.



ARTEATRO - 2005
Livorno, Teatro delle Commedie


about STAMPixel vedi anche
http://raffaella-formenti.blogspot.com/2011/04/strappi-monitor-2005.html

venerdì 26 dicembre 2008

1999 - papiri libranti




A continuità di un percorso intrecciato al luogo fisico delle Librerie, mi ritrovo ancora 
PERSA IN PAROLA tra i libri: un turbinio di segni tipografici che rompe lo scorrere lineare del tempo creando luogo d’incontro con duemila anni e oltre di pensiero.
Infiniti papiri senza svolgimento si librano in libreria
A contrappunto stanno Le SCOLLATURE, piccoli libretti in cui catturo diligenti e aggiornanti appunti settimanali in colore di sussurro indecifrabile.
Scorro con il pennello intriso di colla come uno sguardo di lettura rapida e trasversale sulla pagina stampata dei settimanali. Ne spremo il succo su di un foglio: lo carezzo e strappo. Pittura murale d’affresco. A giornate. Le parole transitive usa e getta lasciano così un segno senza suono. Un’ombra di parole che dicono…. e si è già lontani per sentir cosa.
E su quest’ombra lo sguardo inciampa in mozze frasi a strappo senza specchio.
Senza figure, didascalie, note e commenti. Senza pubblicità che paghi.
I costi di altre pagine parlanti.


mostra PAPIRI LIBRANTI della serie "PERSA IN PAROLA"
Prato, 1999, Libreria Soprattutto Libri